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Quanto dura il governo Monti?

I veti incrociati dei partiti e i dubbi sulla solidità dell’esecutivo

All’apparenza, solo la Lega ha fatto una scelta di netta contrarietà e si è messa apertamente all’opposizione sin da subito. Ha votato contro la “fiducia” e non si è neppure presentata alle consultazioni. Un Bossi smanioso di tornare al partito di lotta delle origini ha esclamato: «È bello stare all’opposizione, è più divertente». Il Senatur poi rincara la dose: «Lo cacceranno (Monti, ndr) quando la gente si incazzera». Lo scalpitante Maroni appare però molto più cauto. «Mi aspetto che faccia una cosa che non siamo riusciti a fare per l’opposizione del ministro dell’Economia: se rivede il patto di stabilità per far spendere soldi ai Comuni virtuosi, noi voteremo sì». Tosi si spinge pesino più in là di Maroni: «Se propone misure condivisibili nulla vieta che le si possa sostenere senza alcun problema». Il sindaco di Verona ha aggiunto: «Per esempio una patrimoniale sui grandi patrimoni sarebbe di assoluto buon senso, piuttosto che colpire in modo generico le famiglie o i Comuni come ha fatto anche Berlusconi», segnando così una forte distanza dalle posizioni del PDL. La Lega che oggi va all’opposizione parlando di «colpo di Stato» e di «fine della democrazia», tuttavia, è lo stesso partito che nel 1995 fece cadere il primo governo Berlusconi e a votò a favore del primo governo tecnico della storia repubblicana, il governo Dini. Questo è il testo di un comunicato dell’epoca: «La Lega Nord prende atto della lungimiranza della scelta del presidente della Repubblica, che ha dato l’incarico di formare il nuovo governo a Lamberto Dini, prefigurando in tal modo una chiara ipotesi di governo tecnico, non vincolato ad alcuna scadenza elettorale, che non sia quella del termine naturale della legislatura in corso, e non paralizzato da quegli schieramenti politici che in Parlamento hanno finora impedito le riforme. La scelta di un governo tecnico consente di affrontare finalmente, con decisione e con chiarezza, i problemi più urgenti del Paese (…) al di fuori della logica della mistificazione della realtà e della ricerca dello scontro con i poteri dello Stato, logica che ha caratterizzato l’azione di quegli schieramenti politici che fino all’ultimo hanno premuto per elezioni anticipate, nel tentativo di far prevalere gli interessi di parte rispetto alle esigenze del Paese». Sedici anni dopo il governo tecnico diventa un «golpe» dell’«uomo delle banche»; la richiesta di elezioni anticipate non più sinonimo di interessi di parte ma di difesa della democrazia!

Per Berlusconi da un lato il governo Monti rappresenta una «sospensione della democrazia», dall’altro «ha iniziato bene»; da un lato durerà solo il tempo concesso dal PDL perché «possiamo staccare la spina quando vogliamo», dall’altro «opererà in maniera tale da essere utile al Paese per tutto il tempo che rimane». Poi arrivano la classica smentita e le solite provocazioni: «Non ho mai detto che staccherò la spina a Monti. E’ una invenzione giornalistica. Accettiamo una sospensione della democrazia. Subiamo il terrorismo dell’opposizione, della stampa italiana e straniera. Per questo motivo mi sono dimesso. La decisione finale ci è stata praticamente imposta, con i tempi voluti dal Presidente della Repubblica. Come Premier mi sentivo impotente, potevo solo suggerire disegni di legge. Anche i decreti, quando arrivavano al Quirinale, Napolitano diceva no a 2 su 3. Ci correggeva con la matita rossa, come una maestra con i bambini delle elementari». Il Cavaliere parla anche del futuro: «Il PDL si sta preparando alla campagna elettorale. Utilizzeremo tutti i mezzi di comunicazione ed intensificheremo la nostra presenza sulla rete» (sta organizzando il lancio di una tv on line). Afferma che il candidato alle prossime elezioni «sarà scelto attraverso le primarie tra gli iscritti, che sono già un milione e 200 mila». Chiarisce che si terranno «a primavera» e lancia la volata ad Alfano: «Ho la ragionevole convinzione che a vincerle sarà Angelino». Il PDL però è spaccato: una parte è convinta che bisogna evitare le elezioni e l’altra è spavaldamente desiderosa di votare subito. Per ora hanno avuto la meglio i primi, ma la minoranza non indietreggia, tutt’altro. A guidare la pattuglia degli “sfascisti” Rotondi, Sacconi e La Russa, che già non vede l’ora di far cade l’esecutivo. Ha infatti tuonato: «Se lo fanno le forze armate è un golpe, se lo fanno i banchieri lo chiamano governo tecnico».

Il Terzo Polo è compatto nel sostenere Monti: auspica che il governo vada a fine legislatura, chiarisce che se porterà avanti «una piattaforma programmatica che corrisponda a ciò che ha detto e portato avanti in questi anni in Europa» verrà sostenuto «senza se e senza ma».

Il PD ha rinunciato ad andare a lezioni anticipate, dove molto probabilmente avrebbe vinto. Bersani ha rivendicato con orgoglio questo gesto di responsabilità: «Per noi l’Italia viene prima di tutto e per questo abbiamo dato al Presidente della Repubblica la disponibilità e il nostro impegno per un governo di emergenza e di transizione. Fin qui ci abbiamo messo generosità e siamo pronti a discutere con altrettanta generosità portando le nostre proposte. Se il PD ragionasse pensando che vota sola misure con cui è d’accordo al cento per cento non staremo a fare tanta fatica, dobbiamo dare un segnale che stiamo facendo una cosa seria».

Vendola e SEL in Parlamento non ci sono, ma sono cauti e il loro bacino sociale “vota contro”. Trascina e condizionando il comportamento di Di Pietro.

L’ex pm ha votato a favore del nuovo esecutivo, ma ha posto delle condizioni per continuare a farlo. Ce lo segnala la mozione di fiducia separata e diversa dalle altre che il partito ha presentato alla Camera. Del resto appoggiando il governo Monti, difficilmente l’IDV riuscirà a non farsi schiacciare dalle pressioni del proprio elettorato: sostenere una maggioranza bipartisan per chi ha costruito le sue fortune politiche sullo scontro frontale con l’avversario risulta complicato. De Magistris poi già prova a smarcarsi: «Non mi riconosco in un governo che ha una maggioranza confusa e che non rappresenta negli uomini, la sofferenza del Paese, ma mi auguro lo faccia almeno nell’azione politica. Se l’IDV darà l’appoggio al nuovo governo lo farà perché il momento è particolare ed il Paese necessita di un segnale forte. Da sindaco ritengo, però, sia necessario creare alternative serie e concrete ai governi voluti dai poteri forti».

Insomma, come ha acutamente osservato Mino Fuccillo: «Il governo Monti alla nascita è un governo di larghissima maggioranza, maggioranza mai vista. Ma, per quanto nitida, evidente e luminosa, questa maggioranza è un’illusione ottica: se non propriamente un miraggio, una sorta di proiezione olografica. C’è, sta lì con tutti i suoi contorni, la vedi a tre dimensioni. Ma se e quando provi a toccarla, non tocchi nulla: la mano attraversa l’immagine. Immagine, proiezione olografica che restano lì, sono realtà ma non “la” realtà». E’ possibile quindi che il gioco dei veti incrociati limiti l’azione del governo, che potrebbe conseguentemente avere un programma minimale, essenzialmente di tipo economico. Cosa succederà comunque dipende da Monti, o meglio dal potere contrattuale che – con i risultati che otterrà – riuscirà a mantenere.

(Articolo pubblicato sul numero di dicembre de “La Campania giovane”)

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L’insostenibile peso dei risultati elettorali

Ma davvero non ci sono vincitori?

Il 31 maggio 2011 è iniziato il dopo-voto, il “terzo turno” di una lunga stagione elettorale. Questo per due principali ordini di motivi:

  1. l’Italia – soprattutto da quando Berlusconi è “sceso in campo”, ormai nel lontano 1994 – è in uno stato di perenne campagna elettorale, il cantiere della propaganda non chiude mai;
  2. è il tempo delle analisi, dei commenti al voto e nessuno ci sta – come sempre del resto – ad essere additato come lo sconfitto e a riconoscere la vittoria di qualcun altro.

Ora tutti stanno a scrutare le “reazioni”, le conseguenze di queste elezioni amministrative. Tutti a domandarsi: ma è la fine di Berlusconi? E’ partito il “post-berlusconismo” oppure è solo una parentesi, un passaggio a vuoto? Insomma quante volte lo si è dato per morto (politicamente parlando) in passato e poi puntualmente lo abbiamo visto “risorgere”? Caustico il commento di Mino Fuccillo: «Nelle tv si discute se abbia “esaurito la sua forza propulsiva”, se sia o no “fritto”, se il ventennio sia all’inizio della sua fine. Si registrano episodi di scoramento comico-paradossali: il sito di Libero stampa un masticato e velenoso “E ora godetevi il comunismo”, Radio Padania manda in onda “Bandiera Rossa”. Non sembrano capire di esser stati sconfitti non dai comunisti ma soprattutto da se stessi». Le solite domande dunque, ancora quelle. E non potrebbe essere altrimenti, intendiamoci. Noi però – oltre a provare a rispondere a tali quesiti – cercheremo di mettere ordine e di trarre dei “dati politici”.

CDX Soffre di una crisi di consenso per molti versi nuova. In passato, infatti, PDL e lega disponevano di un bacino elettorale comune. Edmondo Berselli non a caso aveva coniato una suggestiva parola per definirlo, il “forzaleghismo”. Quando Forza Italia perdeva consensi li acquistava la Lega, e viceversa. Questo oggi non è accaduto. Entrambi i partiti hanno perso (ora c’è il PDL al posto di FI), “quel bacino è esondato”. Ilvo Diamanti su Repubblica parla a questo proposito di “specchio infranto” per via di una sempre più forte “strategia della sineddoche”. Sineddoche, avete capito bene: è una figura retorica tramite la quale si usa una parola per identificare la parte per il tutto o viceversa. Esattamente quello che fa da sempre Berlusconi, trasformare ogni elezione in un referendum su se stesso. Tutto ridotto a lui, alla “sua” guerra con i Magistrati e i Comunisti. Ma a questo giro il referendum l’ha perso, la strategia della sineddoche lo ha travolto. Milano – punto di partenza e feudo dell’avventura berlusconiana assurto a teatro simbolico della battaglia – è l’emblema di un’Italia che è cambiata. Che tira un altro vento. La lega è stata stritolata dal sondaggione sul Cavaliere, del resto stando al governo è difficile fare anche l’opposizione. Il giochino di presentarsi un po’ con il PDL, un po’ da sola e di rimproverare al governo di cui fa parte, tutto quello che ritiene sbagliato, risulta ormai logoro e poco credibile. Il mito della Lega ultima erede dei partiti di massa, unica forza politica a ricordare il PC in quanto a radicamento territoriale sta forse svanendo? Intanto cresce l’insofferenza verso Tremonti, criticato ed esortato dai “suoi” ad “aprire i cordoni della spesa”. I leghisti sgomitano per lo spostamento dei Ministeri al Nord, è l’ultimo ritrovato della loro propaganda per provare a differenziarsi da Berlusconi e sa molto di populismo. Fermenti si registrano anche in casa PDL. Manovre sospette inducono a pensare ad una forma di smarcamento nei confronti di Berlusconi. Alemanno pare stia lavorando per creare dei gruppi autonomi nei quali possano confluire dei finiani delusi come Urso e Ronchi. Il gruppo “Liberamente” chiede gli stati generali del PDL e – come ha fatto Ferrara nella stralunata “riunione dei servi liberi” – le primarie per la successione. La Polverini ha già messo in atto un mezzo tentativo di mettersi in proprio, ha creato liste autonome e addirittura in alcuni Comuni le ha schierate contro il PDL. Inoltre altri hanno presentato in molte amministrazioni il proprio simbolo (è il caso dei Popolari Liberali di Giovanardi, del Nuovo Psi e di Scopelliti). Berlusconi ha dato una timida risposta nominando Alfano “segretario politico” del partito. Ma cosa cambia? Gianfranco Pasquino ha fatto acutamente notare: «La stessa procedura con la quale è stato designato, da Berlusconi, e approvato all’unanimità da un organismo composto da trenta persone, suggerisce che il partito detto Popolo della libertà non ha neppure cominciato ad affrontare i suoi problemi. Nello Statuto del PDL, il ruolo che viene affidato ad Angelino Alfano neppure esiste».

TERZO (O QUARTO) POLO Qui per la verità non è che tiri un’aria migliore. Il neonato Terzo Polo si ritrova infatti ad essere in molte realtà il “quarto polo”. Questo soprattutto per la prestazione del Movimento 5 stelle, che però ha ottenuto risultati molto diversificati città per città. Il risultato più deludente forse l’ha avuto FLI, che tende ad attestarsi intorno al 2% sul territorio nazionale.

CSX – Questa consultazione ha dimostrato che dispone di grandi risorse umane, che ha ancora leader locali credibili ed esperti. Il PD ha ottenuto risultati che alla vigilia erano impensabili, ne esce rinforzato. Conferma il trend di crescita SEL, che piazza Pisapia e Zedda come sindaci di Milano e Cagliari. L’IDV invece è in calo, può vantare solo lo straordinario risultato di De Magistris a Napoli, ma in generale pare subire un’erosione del suo elettorato da parte proprio di SEL e del Movimento di Grillo.

VINCITORI E VINTI – Sugli sconfitti concordano tutti. Sono Berlusconi, il Pdl, la Lega. Mentre sui vincitori le interpretazioni appaiono meno convergenti. Per molti come Luca Ricolfi «in queste elezioni non ha vinto né la destra né la sinistra, né i moderati né gli estremisti» perché la Sinistra non ha preso voti dagli avversari e la Destra ha visto assenti all’appello voti suoi. Dicono: «Non vedete che tutti hanno preso meno voti assoluti?». Ma certe disamine meta-filosofiche non si accorgono che mettono in discussione la scoperta dell’acqua calda. Ossia che le elezioni – specie in un Paese storicamente con scarsa mobilità elettorale come l’Italia – si vincono o si perdono non conquistando i voti degli “altri” ma facendo o no il pieno dei voti “propri”, da sempre. I vincitori – può non piacere -, ma, come gli sconfitti, ci sono ad ogni elezione.

(Articolo pubblicato sul numero di luglio de “La Campania giovane”)

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