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Il Governo vuole riformare il valore legale dei titoli di studio – inchiesta

Il vero nodo è quello della differenziazione istituzionale, seguendo esempi del mondo anglosassone e dell’Europa continentale. Si potrebbe consentire a un gruppo ristretto di università, valutate in modo trasparente di alta qualità, di poter scegliere gli studenti. Una strategia che richiede finanziamenti per garantire ai bisognosi ma meritevoli la possibilità di iscriversi ai corsi di laurea selettivi.

Fino a circa una settimana fa, si poteva leggere sulla home page del sito del Miur (Ministero dell’istruzione dell’università e della ricerca): «la consultazione è rivolta a tutti i cittadini interessati. Al termine, i contributi ricevuti saranno pubblicati, previo consenso dell’interessato e comunque in forma anonima, sul sito del Miur e costituiranno il presupposto per tutte le proposte da sottoporre al Consiglio dei Ministri oltre che per i provvedimenti del Ministero». Si trattava della consultazione online sul valore legale del titolo di studio, aperta il 22 marzo e chiusasi appunto il 24 aprile, alla quale ogni cittadino ha avuto la possibilità di partecipare offrendo il proprio contributo di idee.

Il governo Monti si era mostrato intenzionato ad entrare nella «nebulosa» del valore legale dei titoli di studio universitari (espressione adoperata dal massimo studioso di diritto amministrativo del nostro Paese, il giudice costituzionale Sabino Cassese, alla fine di un suo illuminante saggio dedicato a questo tema, pubblicato dieci anni fa – Annali di storia delle università italiane), quando lo scorso gennaio, nel corso di un Consiglio dei Ministri, discusse di almeno tre questioni:

  1.     l’eliminazione del voto di laurea come criterio di valutazione nei concorsi pubblici;
  2.     l’eliminazione del vincolo del tipo di laurea (basterebbe, tranne che per i ruoli tecnici, un qualsiasi tipo di diploma) per l’accesso ai concorsi medesimi;
  3.     la realizzazione di un ranking, di una classifica che valuti la qualità delle università che hanno rilasciato il titolo.

Come ci suggerisce Cassese, la questione è intricata e si rendono necessari dei chiarimenti preliminari.

Il complesso concetto di valore legale dei titoli richiama un insieme di norme che, in termini generali, disciplinano da un lato l’autorizzazione ad istituire le università, e dall’altro la capacità delle stesse di rilasciare attestati dotati di effetto giuridico. A loro volta, a questi ultimi sono connessi la facoltà di svolgere esami di stato per l’esercizio di alcune professioni, i meccanismi di reclutamento tramite concorsi e le progressioni di carriera nella pubblica amministrazione.

Può apparire incredibile, sorprendente, ma non esiste alcuna legge che imponga l’uso del voto di laurea nei concorsi e nemmeno del tipo di laurea per l’ammissione ai concorsi. Questi due strumenti sono tuttavia utilizzati, nella propria autonomia, dalle singole amministrazioni al fine di rendersi la vita più facile. Ponendo vincoli ai tipi di laurea necessari per partecipare a un concorso le amministrazioni, infatti, riducono il numero dei partecipanti da gestire; adoperando il voto di laurea per assegnare dei punteggi ai fini della valutazione dei candidati pensano di “oggettivare” il giudizio sui candidati, limitando le possibilità di ricorso giurisdizionale. Quindi, se il governo decidesse di intervenire sui punti 1 e 2 dell’elenco, opererebbe un intervento di regolazione di ciò che era lasciato alla libera autonomia delle amministrazioni.

Il numero dei giovani che, ogni anno, si iscrivono per la prima volta nelle università italiane ha superato, da qualche anno, il 50% dei diciannovenni. Una domanda di istruzione terziaria di queste dimensioni corrisponde necessariamente ad una popolazione studentesca molto diversificata in termini di preparazione iniziale, capacità, interesse allo studio, ambizioni e aspettative. Eppure l’università italiana risponde a questa domanda di istruzione con un’offerta didattica uniforme, o meglio, diversificata solo per facoltà o corso di studio e non per livello di approfondimento all’interno dello stesso corso. Si rischia in questo modo di abbassare per tutti il livello degli studi a quello che si adatta agli studenti meno preparati o di respingere la maggioranza degli studenti che chiedono una formazione superiore, incrementando irragionevolmente i ritardi e gli abbandoni.

  •     Ora possiamo passare ad analizzare nello specifico le questioni che sono in discussione.

–    La prima – il punto 1 dell’elenco – non convince.

Per un verso, curerebbe il vizio di alcuni atenei o facoltà di valutare generosamente i propri studenti, “regalando” voti alti e lodi non corrispondenti alla effettiva preparazione. Tuttavia, l’eliminazione del valore del voto rischia di disincentivare gli studenti a migliorare la loro preparazione: se non c’è differenza tra 90/110 e 110/110 perché sforzarsi di raggiungere l’eccellenza? E cancella un dato, forse non sempre preciso, ma utile per il possibile datore di lavoro: una laurea presa con 90/110 e una con 110/110 segnalano una differenza netta di preparazione degli studenti interessati, in qualunque università. Oggi, dato che ogni laurea conferita da una qualsiasi delle circa ottanta università italiane ha lo stesso peso nel mercato degli impieghi pubblici, un giovane laureato in medicina in un’università che gli ha insegnato poco o nulla “vale” – per un possibile datore di lavoro pubblico – esattamente quanto un giovane medico laureato in un’università severa che lo ha ben preparato alla professione. Una Asl che volesse giudicare i due giovani dottori ai fini dell’assunzione non potrebbe privilegiare la laurea formativa a discapito di quella scadente. Dovrebbe trattare i due come se avessero lo stessa identica formazione e lo stesso sapere.

Questa ingessatura del mercato ha almeno tre effetti gravemente negativi.
1) Le università hanno scarsi incentivi a scegliere docenti bravi e ricercatori impegnati. Sia che la lezione la tenga il figlio/a o l’amico/a del barone locale, sia che la tenga un futuro premio Nobel, la laurea vale sempre lo stesso. Perché dunque cercare di reclutare il futuro premio Nobel?
2) Mentre il settore pubblico non può distinguere tra lauree, quello privato lo può fare, almeno in parte, basandosi sui diversi ranking oggi disponibili. Ciò implica che, ad esempio, la clinica privata, diversamente dalla Asl, può scegliere di assumere un dottore che viene da un’ottima facoltà di medicina, scartando liberamente quello che viene da una facoltà non selettiva, anche se ha un voto di laurea più alto. In tal modo, si innesta un meccanismo perverso per cui i laureati bravi sono intercettati dal settore privato, mentre quelli scadenti sono lasciati al pubblico.
3) Dato che ogni laurea, ovunque ottenuta, vale lo stesso sul mercato (almeno su quello pubblico), molte famiglie non selezionano le università in base alla loro qualità, anzi sono tentate di iscrivere i loro ragazzi dove i corsi sono più facili e i voti dati con più generosità. Questo significa che le risorse private ‘premiano’ i servizi formativi scadenti invece che quelli di valore.

    La seconda – punto 2 – pare positiva.

Ammettere ai concorsi per la dirigenza pubblica lauree in storia, o arte o lettere, eccetera, accanto alle tradizionali di giurisprudenza, scienze politiche o economia consente di immettere saperi utili e diversificati che arricchirebbero il sistema pubblico. La riforma però non potrebbe coinvolgere l’accesso a professioni per le quali uno specifico sapere tecnico è imprescindibile, come ad esempio quelle di ingegnere, medico o avvocato, che richiedono lauree non fungibili con altre.

    La terza – punto 3 – è davvero poco percorribile.

Sarebbe incostituzionale (lederebbe l’uguaglianza dei cittadini: ad un concorso pubblico deve contare quello che un candidato sa, non dove si è laureato), poi se uno si è laureato nella migliore università dovrebbe vincere… E sarebbe insensato pensare di stabilire l’eccellenza per legge.
Senza contare poi che nel nostro Paese, a differenza di altri, le eccellenze sono distribuite non tra istituzioni universitarie ma tra aree disciplinari. Pertanto semmai i ranking da noi dovrebbero essere fatti per struttura didattica, non per università.

  •     Conclusioni

Guardando in un’analisi comparativa come funzionano gli altri sistemi universitari si evince che: non esiste nessun Paese al mondo in cui i titoli di studio non abbiano una qualche forma di certificazione (per via normativa o mediante accreditamento); e non esiste alcun Paese al mondo in cui sia formalizzata, a livello di ammissione ai concorsi pubblici, una differenza sostanziale tra le università che hanno rilasciato il titolo di studio. Nei Paesi in cui esiste un ranking tra le università è consentito ad esse di scegliersi gli studenti: ciò ha come effetto che gli studenti migliori vadano nelle università migliori e, quindi, questi studenti, una volta laureati, hanno molte più possibilità di altri laureati di accedere a professioni migliori, nel pubblico e nel privato. Sempre in questi sistemi in cui le università possono scegliere i più bravi, esse hanno anche i migliori mezzi per prendersi i più bravi «senza mezzi». Harvard aveva i soldi per dare una borsa di studio a quello studente squattrinato, ma con grandi qualità, che era Bill Clinton. Forse sarebbe il caso di provare anche noi ad incanalarci in questo tipo di soluzione. Infine, dato che – come esistono università e quindi lauree di diversa qualità – esistono anche esami di Stato di diversa qualità (lo sa bene l’ex ministro Gelmini, diventata avvocato in Calabria e non in Lombardia), il “peso” dell’università potrebbe diventare uno degli elementi da prendere in considerazione nella valutazione dei candidati ai concorsi pubblici e per l’accesso a certe professioni, insieme al voto di laurea conseguito e alla prova di ammissione/idoneità: il risultato sarà molto più veritiero andando ad incrociare questi tre parametri.

(Articolo pubblicato sul numero di maggio de “La Camapania giovane”)

Cliccando qui potete scaricare o semplicemente vedere il pdf del numero completo di maggio de “La Campania giovane” nella versione cartacea

Di seguito le immagini dell’articolo nella versione cartacea (se clicchi sulle immagini le vedrai ingrandite):

Referendum: proposte di riforma

Questo è un approfondimento che ho realizzato per “Termometro politico”, che verrà pubblicato su tale testata e su questo blog in due puntate. Ecco qui la seconda!

(La prima parte la trovate qui)

E’ necessario agire sia sulla quantità che sulla qualità delle consultazioni referendarie. E lo si fa rispettivamente alzando le firme e rivedendo il quorum.

  • Visto l’effetto perverso e distorcente che ha provocato, ridurre il quorum è dunque auspicabile, ma in quale modo?

Se ci limitiamo al Senato, esistono alcune proposte di legge in tal senso (tutte del Pd): ce n’è una a firma Adamo e altri che propone di fissarlo – come previsto dal programma elettorale del Pd – a più della metà degli elettori cosiddetti “attivi” (quelli che hanno votato alle ultime politiche); un’altra a firma Poretti che propone semplicemente di abolirlo; una terza a firma Franco che lo fissa a “più di un terzo degli aventi diritto”, ma i “sì” o i “no” devono essere pari ad almeno il 25% degli aventi diritto. Personalmente sono contrario all’abolizione del quorum tout court perché può consegnare nelle mani di una esigua minoranza il potere di abrogare una legge; invece riferirsi all’elettorato attivo non è detto che renderebbe la campagna per il “no” più conveniente di quella per l’astensione. Pertanto a mio avviso sarebbe preferibile l’ultima proposta, che avrebbe il merito di evitare che poche centinaia di migliaia di persone possano determinare l’abrogazione di una legge e, nel contempo. di incentivare a recarsi alle urne chi è contrario all’abrogazione. Costoro non avrebbero nessuna convenienza a chiedere ai contrari di astenersi non andando alle urne. Dovrebbero invece indurli ad andare a votare e avranno tutto l’interesse a palesare le proprie argomentazioni per convincere gli indecisi e magari anche far cambiare opinione ai favorevoli alla abrogazione.

L’adozione di tale correttivo avrebbe l’effetto di dissuadere partiti e gruppi di pressione dall’adozione di pratiche che alla lunga diseducano i cittadini.

Ne risulterebbero, conseguentemente, dei confronti referendari ricchi di informazione, molto competitivi e agguerriti.

Paradossalmente, l’abbassamento del quorum approvativo – esattamente come accade in Germania – determinerebbe anche un aumento della partecipazione, ossia l’obiettivo dichiarato, ma strategicamente disatteso, delle regole vigenti.

  • Sarebbe poi opportuno alzare il numero di firme che servono per chiedere un referendum

non tanto e non solo per “compensare” la contestuale proposta di abbassare il quorum, ma anche e soprattutto per garantire che l’istanza referendaria non provenga da sparute minoranze, rendendo difficile la realizzazione di referendum su temi verso i quali c’è poco interesse da parte della collettività. Giusto per fare un esempio: c’è stato un quesito sulla servitù coattiva di elettrodotto!

Inoltre in questo modo ci adegueremo ai cambiamenti che ci sono stati da quando è stato scritto l’art. 75 della Costituzione: quando si stabilì la soglia di 500.000 firme, infatti, gli aventi diritto al voto erano un po’ più della metà di oggi, una soglia accettabile potrebbe quindi essere quella pari al 2% degli elettori (oggi servirebbero circa un milione di firme, nel 1948 una cifra assai simile a quella stabilita in 500mila dal costituente, ossia circa 560.000). Dunque bisogna portare il numero di firme ad almeno un milione.

  • ALTRE PROBLEMATICHE DA RISOLVERE
  • Si agisca sul meccanismo della residenza

Si potrebbe dare la possibilità di voto referendario in qualsiasi parte dell’Italia. Un conto è esprimere i parlamentari nella propria circoscrizione, un altro è votare provvedimenti di respiro nazionale che non hanno bisogno di alcun requisito o ragionamento territorialmente più circoscritto.

  • Questione del voto degli italiani all’estero

Per Giovanni Sartori gli italiani non residenti in Italia potrebbero anche non votare per il referendum. Alzano l’asticella del quorum e non sono direttamente coinvolti, quindi disinteressati. Inoltre «sono bacini di voto controllati e coccolati dai partiti, che difficilmente lascerebbero le adorate preferenze gestite senza troppe difficoltà in giro per il mondo». Il politologo si spinge oltre: «ci sono delle bande più o meno mafiose che si mettono insieme e pilotano quei voti. Del resto la quasi totalità di questi italiani all’estero non conosce né segue la politica nazionale né tanto meno le discussioni sui quesiti referendari. Ma non si possono escludere». Prosegue infatti spiegando che l’unico modo sarebbe quello di «abolire quel sistema e far votare a mezzo posta, molto semplicemente, senza divisioni in collegi elettorali».

  • Modifica del contenuto dei quesiti in tempi utili

Questa volta il problema è stata la modifica del quesito sul nucleare. Naturalmente è stato necessario ristampare le schede, sol che non c’è stato il tempo di farlo per gli italiani all’estero che, nel frattempo, avevano già votato il quesito nella sua formulazione originaria. Quindi non si sa se – ove tali schede fossero state decisive ai fini del raggiungimento del quorum – il loro voto sarebbe stato valutato come valido oppure no … siamo proprio in Assurdistan! Per via dell’intervento della Cassazione il nuovo testo peraltro non aveva più niente a che fare con l’energia nucleare. Bisognerà parlare anche di questo, a un certo punto: del fatto che in questo Paese è possibile riscrivere e stravolgere i quesiti referendari a due settimane dal voto, anzi – come detto – a voto in corso.

  • Rendere i quesiti chiari e comprensibili

Come osserva sempre Sartori:“Hanno senso solo quelli che la gente può capire”. Questo è il grande problema di sempre, forse lo snodo fondamentale.

  • INTENDIAMOCI SUL “DOPO REFERENDUM”

Ha acutamente spiegato il costituzionalista Michele Ainis in una recente intervista:

«La storia non si ferma e non si ferma nemmeno la storia legislativa. (…) Nella prossima legislatura ci si potrà sempre tornare sopra. Poi il rispetto della sovranità popolare non significa che il popolo sia una mummia imbalsamata. Si possono cambiare orientamenti e le cose possono venire percepite in modo diverso. Del resto cambiano i governi perché noi votiamo ogni cinque anni e non è detto che quello votato cinque anni fa lo voteremo ancora oggi. Non c’è quindi un principio immarcescibile per l’eternità».

Si pensi ai referendum del 1995 su orari e licenze degli esercizi commerciali, che bocciarono una liberalizzazione poi imposta, a furor di popolo, pochi anni dopo e tuttora popolarissima. La lezione è che niente è politicamente per sempre.

Questo per chi dice che sul nucleare non avremmo dovuto esprimerci dato che lo avevamo già fatto nel 1987, ci rendiamo conto quanto tempo è passato e quante cose sono cambiate?

  • CONTROINDICAZIONI

Su argomenti di particolare delicatezza fino a che punto è opportuno adoperare lo strumento del referendum abrogativo? Come ha sottolineato in diverse occasioni Giovanni Sartori, la logica del referendum è troppo manichea. Affidare la decisione ad una maggioranza espressa su di una secca alternativa (il “si” o il “no” del quesito referendario) esclude ogni possibilità di mediazione politica: le minoranze non hanno alcuna possibilità di influire sul contenuto dell’atto normativo in discussione. Insomma il referendum può essere soltanto vinto o perso: è un “tutto o niente”; una legge invece può essere modificata nel suo contenuto: è un “più o meno”.

Nel lontano 1997 Stefano Rodotà fu buon profeta con un libro che oggi risulta quantomai attuale (“Tecnopolitica. La democrazia e le nuove tecnologie della comunicazione“), all’interno del quale ammonì sul pericolo di una degenerazione della democrazia in una “sondocrazia”. E’ una delle conseguenze più deleterie della perenne smania di “sondare”, di tastare le opinioni degli italiani. La consultazione continua, infatti, determina un annullamento del fattore temporale. Come ha spiegato Zagrebelsky: «La nostra nozione di democrazia presuppone l’idea della responsabilità. Presuppone che colui che non corrisponde alle aspirazioni della maggioranza venga mandato via e sostituito da un altro. La responsabilità a sua volta presuppone un distacco, un’alterità tra governante e governati, ma con i sondaggi di opinione i governanti sono in grado di non distaccarsi mai dalle opinioni, dalle aspettative della maggioranza».

  • CONCLUSIONE

Risulta inutile, oltre che dannoso, ricorrere a forme di democrazia diretta quale è il referendum se queste si trasformano in una gara demagogica e poco attenta a ciò su cui si vota. Il nodo della questione è far ritornare la centralità nel dibattito pubblico del merito dei quesiti referendari.

(Cliccando qui potete vedere l’articolo sul sito di “Termometro Politico”)

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