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Profetismo politico di Carlo Levi ne L’Orologio

“Tu non sai, perché sei giovane, come, a mano a mano che ci si avvicina alla morte, la vita sia bella; come si accresca, si illumini in ogni sua minima cosa, di verità e di ragione. A un certo momento, quando la morte è dietro le spalle, pare di camminare in un mondo fatto, da ogni parte, di infinite verità (…) è come se si salisse su un monte, e l’orizzonte, a ogni passo, si allargasse sotto di noi. Forse, quando si arriva in cima, l’orizzonte sarà così vasto e lontano che si confonderà in tutto col cielo; e forse questa è la morte. Se è così, noi viviamo per morire. I cristiani dicono il contrario, che moriamo per vivere: ma non è forse la stessa cosa?”

(ultime parole dello zio all’autore prima di morire)

Il romanzo, pubblicato nel 1950, è uno dei migliori esempi di narrativa politica del ‘900, un’appassionata testimonianza dello sfaldamento delle forze politiche antifasciste. Un orologio che si rompe dà l’avvio alla storia di tre giorni e tre notti nel novembre del ‘45 che cambia il destino dell’Italia. Narra, infatti, della fine, dopo cinque mesi di affanni e incertezze, del governo resistenziale di Ferruccio Parri, e l’avvento al potere, per durare, della Democrazia Cristiana. La crisi era stata aperta il 23 novembre dal leader dei liberali Leone Cattani, che aveva invocato dall’interno del governo la liquidazione dei Cln, il ritorno dei prefetti di carriera, la fine delle epurazioni e la candidatura a primo ministro di De Gasperi. Culminò la notte del 24 novembre con la tumultuosa conferenza stampa di Parri, tradito anche dai suoi. Risulta, tuttavia, difficile descrivere la trama di un libro dove a dominare, oltre alle idee, sono le atmosfere, le sensazioni, la variegata soggettività del protagonista, che è anche la voce narrante.

Affiora, comunque, in maniera cristallina, la rappresentazione dell’entusiasmo, della felicità, della speranzosa attesa, che permeano l’Italia dell’immediato dopoguerra, ma anche il profilarsi di un restaurato conformismo, contraddistinto dall’immobilismo della burocrazia e da una classe politica che ha una visione astratta dei problemi, che si occupa principalmente di piccolo cabotaggio, di manovre, di intrighi, di astuzie, di tattiche, di strategie estranee alle passioni e ai bisogni reali degli uomini. Una lettura tutta politica di Levi è, comunque, forse ingiusta, sebbene compia una delle più efficaci descrizioni nella letteratura italiana del secondo Novecento del cosiddetto “palazzo”, il luogo del potere politico per eccellenza. E Roma era assunta proprio come emblema di questa realtà: “qui, tutto si impantana, e perde forma”– sottolineava il giudice di Udine –“o meglio, prende una forma retorica, e perde la propria sostanza. (…) questo è un posto che va bene per il Papa, ma la capitale dovevamo portarla su, a Milano, per fare piazza pulita (…) l’unità fatta qui sarà sempre falsa. O teocratica o burocratica. Questo è un terreno sterile, che non da frutto”.

Per cui non possiamo non osservare che alla passività e al qualunquismo tipici di alcuni ceti romani corrisponde il furore pericoloso dei corrispondenti ceti del nord e un’altrettanta carenza di spirito civico, di orizzonti larghi, cioè una prevalenza di cultura piccola. Il discorso dei quattro membri della Consulta Nazionale – tutti del nord – si sviluppa, quindi, introducendo delle argomentazioni che potrebbero essere definite “protoleghiste”, e che Levi liquida rilevando che essi hanno inconsapevolmente attribuito “il nome di Roma alla loro delusione e al loro sdegno. (…) i quattro odiavano Roma perchè pensavano che qui fossero rintanati, per una specie di elezione o di misteriosa provvidenza, i Luigini più abili e più pericolosi”. Nel libro viene rappresentato, infatti, con una grandiosa metafora, lo scontro tra i “Luigini”, che sono la maggioranza, e i “Contadini”, come categorie storiche che tagliano trasversalmente il territorio, i partiti, le appartenenze sociali e religiose, la cultura. Si tratta dello scontro tra i ceti produttivi, intellettuali e non (i “Contadini”), che fanno affidamento sulle proprie forze e non sui favoritismi, su un’etica del lavoro e sulle proprie capacità, sul rispetto delle regole e degli altri, e quelli che dipendono e che comandano (i “Luigini”), che servono e imperano, i piccoli burocrati, gli ossequienti e gli accomodanti, gli opportunisti e gli imprenditori con i soldi degli altri, i “sepolcri imbiancati” e i corporativi, i profittatori e i “letterati dell’Arcadia”, i clericali invadenti e quelli che la cronaca recente chiamerebbe “i furbetti”. Ora, si chiede ad un certo punto Levi, “come si potevano mettere insieme cose così disparate, gli uccelli (i dirigenti del Partito d’Azione, simbolo dei politici), il Presidente (Parri, simbolo delle istituzioni) e Teresa (la borsara nera, simbolo della indistinta folla romana)?”.

Unire questi tre elementi, infatti, non era possibile, per le condizioni interne ed esterne delineatesi in questa delicata fase storica: gli uccelli erano intenti a compiere incomprensibili acrobazie, geometrie politiche che tendevano ad una vita autosufficiente, incuranti dei “contadini che non cantano” e delle speranze nuove accese dall’irruzione della Resistenza nella storia italiana.

Riteniamo, però, che la sofferta ricerca di Levi (di unificare queste tre realtà), per tutta la sua vita e soprattutto a partire dal suo confino politico in Lucania, sia un’importante chiave di lettura de L’Orologio e del suo impegno politico (eletto senatore nel 63′ e nel 68′), del suo essere dentro i processi che l’Italia ha attraversato, sia come testimone che come facitore di storia. Del resto, come non considerare una metafora dell’orizzonte appena dichiarato, lo stesso sogno della scomparsa e del ritrovamento dell’orologio?

Quell’orologio solidamente borghese, dal meccanismo preciso e robusto che, ad un certo punto, viene “sottratto”, generando nell’autore l’angoscia della perdita e della ricerca. E quel tribunale sognato, presieduto da Benedetto Croce, che rassicura Levi sulla legittima proprietà dell’orologio, ma che non per questo lo restituisce al proprietario: dovrà cercarselo da sé e scoprirlo, quasi immediatamente, sotto i propri occhi, celato nella cassa di “una di quelle sveglie popolari, dal ticchettio penetrante e dalla soneria fragorosa”. Questa sembra, pertanto, quasi una profezia dell’itinerario successivo di Levi: la via di uscita da una sconfitta annunciata e descritta. Per rimanere nella metafora, dopo che Levi avrà svitato il suo orologio dalla cassa della sveglia in cui era stato inserito, girerà per giorni alla ricerca di chi sappia ripristinarlo nel suo primitivo splendore. Questo vuol dire che le idee, i valori non possono vivere in astratto, né farsi politica se non si innestano nel corpo crudo dei rapporti sociali.

E, così, come sostiene Andrea nella discussione sotto il Traforo di Roma con Carmine e l’autore, “vi guarderete attorno e che cosa resterà di tutte le costruzioni politiche, delle teorie, delle ideologie, dei partiti? Nulla, o ben poco. Vi accorgerete che ci sono due forze non eliminabili, indipendenti da voi, ma anche indipendenti dalla vita e dai bisogni del paese, che potranno crescere o diminuire, ma non certo per opera vostra: perchè sono due forze, in un certo senso eterne, legate a religioni e a interessi universali e indifferenti al temporale e al nostrano. Quelle, le lascerete da parte. Esse pretenderanno di rappresentare il mondo intero e di escludersi l’una con l’altra: ma, in verità, saranno parziali, simili e, anche nella loro naturale opposizione, strettamente alleate. Non cadrete negli errori scolastici e accademici. Quelle forze astrattamente antitetiche, non sono che idoli, nomi, astuzie della storia (…) oggi questi schemi intoccabili, queste forme simboliche, si chiamano Comunismo e Vaticano (…) tolte queste due forze, vi dovrebbe apparire il vario spettacolo degli interessi e dei pensieri umani”. Ma, invece, troverete “un polverio indistinto: la dissoluzione delle idee liberali e socialiste in tutte le loro gradazioni”.

C’è, comunque, naturalmente, anche dell’altro nel libro: la redazione scalcinata di un giornale romano di sinistra, di cui il protagonista è nominato direttore; le difficoltà economiche, le apatie dei redattori, ma anche il febbrile lavoro notturno, il sapiente gioco di squadra, che consentono il miracolo quotidiano della stampa del giornale. L’amicizia fra intellettuali, tra borghesi, forse i veri protagonisti del romanzo, fatta di slanci, di affinità, ma anche di distanza critica. Le “vivaci e saltellanti” jeep (“carri esotici di guerrieri sconosciuti, bighe senza cavalli di mitologici eroi che masticavano la gomma e parlavano allegri lingue incomprensibili”), il pullulare della gente per le strade, con la rinascita dei commerci, le periferie devastate e infestate dai topi, le squallide o pittoresche camere di improbabili alberghi. I briganti che assalgono le vetture durante il loro tragitto.

Napoli e la sua plebe, caratterizzata da una miseria picaresca e vitale; il profondo legame con lo zio Luca, biologo e psichiatra, baluardo nella formazione morale e intellettuale dell’autore. C’è innanzitutto Roma, amata e odiata, di cui Levi ci restituisce abilmente i quartieri e gli ambienti, gli esterni solari e pieni di una luce quasi gaia e gli androni e le scale bui e miserabili; la scoperta che, anche nell’Italia del dopoguerra, si paventava una regressione al municipio e al campanile, mentre si sperava in una eventuale Europa Unita, che ci avrebbe liberato finalmente dal “vecchiume e dal parassitismo”. Si può riscontrare, dunque, un certo “profetismo politico”, la presenza di ampie descrizioni del gioco politico-sociale del tempo e la conseguente individuazione dei limiti intrinseci di una prospettiva (quella della riforma intellettuale e morale) che certo non poteva realizzarsi.

La sua inquietudine, la sua ansia di una democrazia pulita, giungono a noi, pertanto, a distanza di quasi sessant’anni, ancora vitali e fertili (almeno a tutti quelli che considerano l’impegno sociale e politico come un valore civile).

(Articolo pubblicato su “Caffè News”, lo potete vedere cliccando qui)

Come affrontare la vita? Voce a Gozzano

INVERNALE

di Guido Gozzano


“…cri…i…i…i…icch”…

l’incrinatura

il ghiaccio rabescò, stridula e viva.

“A riva!” Ognuno guadagnò la riva

disertando la crosta malsicura.

“A riva! A riva!…” un soffio di paura

disperse la brigata fuggitiva

“Resta!” Ella chiuse il mio braccio conserto,

le sue dita intrecciò, vivi legami,

alle mie dita. “Resta, se tu m’ami!”

E sullo specchio subdolo e deserto

soli restammo, in largo volo aperto,

ebbri d’immensità, sordi ai richiami.

Fatto lieve così come uno spetro,

senza passato più, senza ricordo,

m’abbandonai con lei nel folle accordo,

di larghe rote disegnando il vetro.

Dall’orlo il ghiaccio fece cricch, più tetro…

dall’orlo il ghiaccio fece cricch, più sordo…

Rabbrividii così, come chi ascolti

lo stridulo sogghigno della Morte,

e mi chinai, con le pupille assorte,

e trasparire vidi i nostri volti

già risupini lividi sepolti…

Dall’orlo il ghiaccio fece cricch, più forte…

Oh! Come, come, a quelle dita avvinto,

rimpiansi il mondo e la mia dolce vita!

O voce imperiosa dell’istinto!

O voluttà di vivere infinita!

Le dita liberai da quelle dita,

e guadagnai la riva, ansante, vinto…

Ella sola restò, sorda al suo nome,

rotando a lungo nel suo regno solo.

Le piacque, al fine, ritoccare il suolo;

e ridendo approdò, sfatta le chiome,

e bella ardita palpitante come

la procellaria che raccoglie il volo.

Noncurante l’affanno e le riprese

dello stuolo gaietto femminile,

mi cercò, mi raggiunse tra le file

degli amici con ridere cortese:

“Signor mio caro, grazie!” E mi protese

la mano breve, sibilando: – Vile!

Parco del Valentino

La poesia, pubblicata per la prima volta nel 1910, fa parte della raccolta “I colloqui” (1911) ed è suddivisa in sette sestine di endecasillabi con schema metrico ABBAAB. La vicenda è ambientata sul laghetto del Valentino torinese, che, per il pungente freddo invernale, si è congelato, diventando una vera e propria pista di pattinaggio. Il testo si apre con un’onomatopea di evidente ascendenza dantesca (“non avria pur da l’orlo fatto cricchi”– Inferno, canto XXXII, v. 30) che, rendendo lo scricchiolio della lastra gelata, introduce un’impressione uditiva, alla quale se ne accompagna un’altra visiva, dovuta all’incrinatura che incide la distesa di ghiaccio, quasi a disegnare un arabesco. L’instabilità, dunque, di quello che sino a quel momento era stato giudicato sicuro, si scatena ed irrompe con un leggero suono… “crich”… una crepa. Ed ecco che si ode un groviglio di voci stridule che urlano all’impazzata (“A Riva! A riva!”): la paura raggiunge, così, il gruppo di amici che, nella concitazione di quel momento di panico, si affretta a guadagnare la riva. Ma, nella confusione di quel fuggi-fuggi generale, tuona una voce: “Resta!”. Si tratta di una fanciulla che, così esclamando, con tono suadente e ammaliante, vuole che Guido, l’autore, non la abbandoni. È la donna, quindi, che prende l’iniziativa afferrandogli il braccio ripiegato sul petto e incrociando le dita con le sue, in un gesto con il quale le vite dei due ragazzi si intrecciano, si legano indissolubilmente in un destino comune.

Saranno due innamorati che finiranno con il morire o con il sopravvivere, sconfiggendo con il loro amore ogni ragionevole timore? Gozzano, un adolescente che si affaccia al palcoscenico del mondo, attratto dalla voluttuosa bellezza della trasgressione, al nuovo richiamo della donna (“Resta, se tu m’ami!”) non sa dire di no.

Rimane con lei sulla “patinoire” ormai “deserta”, in quanto tutti erano scappati, e “subdola”, perché minacciava di frantumarsi da un momento all’altro. Il poeta, così, accettando quella che a tutti gli effetti può essere definita una “prova d’amore”, totalmente immerso nell’ebbrezza di quell’istante, dimentica ogni altra cosa e si abbandona insieme a lei, prendendo a volteggiare sul ghiaccio (i due, infatti, sono “ebri d’immensità, sordi ai richiami”).

Ma, d’un tratto, quei cigolii si intensificano, si fanno via via sempre più tetri e sordi. Quei rumori quasi spettrali lo fanno rabbrividire al punto che gli sembra di sentire il sogghigno della morte. Così, scosso da queste angosciose sensazioni, si piega e si vede già sepolto sotto il ghiaccio, assieme alla sua amata.

È un attimo, la paura vince la forza dell’amore, il poeta rimpiange la sua bella vita: spinto dall’istinto e da un infinito desiderio di vivere, si scioglie dall’abbraccio e raggiunge la riva, ansimante per lo sforzo e sentendosi sconfitto. In un secondo è come risvegliato dal torpore, si accorge del vortice che lo stava avvolgendo. Valutando le possibili conseguenze, la sua esistenza, come sino ad allora l’aveva condotta, si rende conto che, nonostante tutto, è attaccato alla sua vita. L’amore – o, chissà, … la morte – sfugge al giovane Gozzano perché egli non è, non può e non vuole essere Gabriele D’Annunzio, l’eroe romantico pieno di sé, che di fronte alle difficoltà non si tira mai indietro. In realtà, quello che lui crede essere il suo amore, la sua amata, non è altro che distruzione e, così, sebbene sappia che il suo destino è segnato, è aggrappato alle cose concrete, alla terra. Eppure si sente stranito, vinto da quella vita che in quel frangente sembra non contare nulla per lei. Nel contempo sa bene di aver tradito la fiducia della ragazza, facendo venir meno la complicità nata tra i due; anche se, in fin dei conti, non ha nulla da rimproverarsi, ha provato con tutto se stesso a vincere la sua natura, per così dire, non “superomistica”, ma proprio non ce l’ha fatta: l’unica cosa che può fare è accettare, con rassegnazione e triste amarezza, anche quest’ultima sconfitta. Ora solo lei, la sua compagna, incurante delle voci che la sollecitano a fuggire quel rischio, continuava a girare in larghi cerchi su quella pista, che ormai apparteneva solo a lei.

Aveva vinto la sfida, la bravata era riuscita, adesso doveva solo tornare a riva per assaporare l’inebriante gusto del trionfo, per essere osannata dalla comitiva di giovani.

E, così, abbandonando l’arena che aveva consacrato la sua vittoria, sfoggia un sorriso cortese, ma indifferente di fronte agli amici che le si fanno incontro per complimentarla. Nel suo gesto ardimentoso aveva sciolto i capelli, acquistando una bellezza nuova, dalla rinnovata intriganza, tanto da sembrare al poeta una procellaria pronta a spiccare il volo.

Con queste movenze, lasciando trasparire una certa baldanzosità e spavalderia, si dirige verso il partner e con tono beffardo lo insulta (“Vile!”): il suo scopo è infliggergli la punizione dell’umiliazione, non ha saputo staccarsi dalle certezze e abbandonarsi ai rischi per poi uscire vincitore in una delle tante “prove” ed emozioni dinnanzi alle quali ogni giorno la vita ci pone.

Il cammino della vita.Pertanto, in conclusione, si può affermare che Gozzano esclude la possibilità di vestire i panni del “superuomo” e scopre, al di sotto di una frivola mondanità, l’angoscia della morte. Il suo più grande merito sta nel saper tramutare questo macabro sentimento in qualcosa di positivo, nella necessità, per utilizzare le parole di Heidegger, di “vivere per la morte”. Nel fare questo supera le concezioni di Schopenhauer, secondo il quale gli uomini esistono e vivono con l’unico scopo di perpetuare l’oscuro gioco di una “volontà di vivere” che vuole eternamente se stessa. C’è infatti – oltre questo beffardo gioco della volontà che ci imporrebbe di restare attaccati sino allo strenuo delle forze alla vita, senza che ci sia però, paradossalmente, una reale motivazione alla base di questo profondo e viscerale legame con il mondo materiale – qualcosa di più. E’ questo il messaggio che, Heidegger innanzitutto, con la sua filosofia, ma anche il Gozzano – forse inconsapevolmente – con questa poesia, intendono trasmettere: ci fanno constatare con vivide immagini la straordinarietà e l’irripetibilità della nostra esistenza, ricca com’è di esperienze inebrianti che conferiscono di giorno in giorno un rinnovato fascino al cammino che ognuno di noi intraprende. L’effetto è quello di scuotere l’animo umano, di penetrare fin nei più reconditi meandri della coscienza, spronando così a vivere in modo “autentico”. In questi versi, quindi, non viene inscenato “il trionfo della morte”, ma piuttosto si intona un “inno alla vita”, intesa appunto come volontà, che, seppur breve, seppur segnata, è da vivere. In quegli attimi drammatici, nei quali aveva – come detto – quasi udito il sogghiggno della morte, comprende che la vita gli è stata donata come gesto puramente altruistico, ma che poi è nelle sue mani, e solo lui può trovare la forza, ma soprattutto il coraggio, di viverla davvero.

(Articolo pubblicato su “Caffè News”, lo potete vedere cliccando qui)

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