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Referendum: proposte di riforma

Questo è un approfondimento che ho realizzato per “Termometro politico”, che verrà pubblicato su tale testata e su questo blog in due puntate. Ecco qui la seconda!

(La prima parte la trovate qui)

E’ necessario agire sia sulla quantità che sulla qualità delle consultazioni referendarie. E lo si fa rispettivamente alzando le firme e rivedendo il quorum.

  • Visto l’effetto perverso e distorcente che ha provocato, ridurre il quorum è dunque auspicabile, ma in quale modo?

Se ci limitiamo al Senato, esistono alcune proposte di legge in tal senso (tutte del Pd): ce n’è una a firma Adamo e altri che propone di fissarlo – come previsto dal programma elettorale del Pd – a più della metà degli elettori cosiddetti “attivi” (quelli che hanno votato alle ultime politiche); un’altra a firma Poretti che propone semplicemente di abolirlo; una terza a firma Franco che lo fissa a “più di un terzo degli aventi diritto”, ma i “sì” o i “no” devono essere pari ad almeno il 25% degli aventi diritto. Personalmente sono contrario all’abolizione del quorum tout court perché può consegnare nelle mani di una esigua minoranza il potere di abrogare una legge; invece riferirsi all’elettorato attivo non è detto che renderebbe la campagna per il “no” più conveniente di quella per l’astensione. Pertanto a mio avviso sarebbe preferibile l’ultima proposta, che avrebbe il merito di evitare che poche centinaia di migliaia di persone possano determinare l’abrogazione di una legge e, nel contempo. di incentivare a recarsi alle urne chi è contrario all’abrogazione. Costoro non avrebbero nessuna convenienza a chiedere ai contrari di astenersi non andando alle urne. Dovrebbero invece indurli ad andare a votare e avranno tutto l’interesse a palesare le proprie argomentazioni per convincere gli indecisi e magari anche far cambiare opinione ai favorevoli alla abrogazione.

L’adozione di tale correttivo avrebbe l’effetto di dissuadere partiti e gruppi di pressione dall’adozione di pratiche che alla lunga diseducano i cittadini.

Ne risulterebbero, conseguentemente, dei confronti referendari ricchi di informazione, molto competitivi e agguerriti.

Paradossalmente, l’abbassamento del quorum approvativo – esattamente come accade in Germania – determinerebbe anche un aumento della partecipazione, ossia l’obiettivo dichiarato, ma strategicamente disatteso, delle regole vigenti.

  • Sarebbe poi opportuno alzare il numero di firme che servono per chiedere un referendum

non tanto e non solo per “compensare” la contestuale proposta di abbassare il quorum, ma anche e soprattutto per garantire che l’istanza referendaria non provenga da sparute minoranze, rendendo difficile la realizzazione di referendum su temi verso i quali c’è poco interesse da parte della collettività. Giusto per fare un esempio: c’è stato un quesito sulla servitù coattiva di elettrodotto!

Inoltre in questo modo ci adegueremo ai cambiamenti che ci sono stati da quando è stato scritto l’art. 75 della Costituzione: quando si stabilì la soglia di 500.000 firme, infatti, gli aventi diritto al voto erano un po’ più della metà di oggi, una soglia accettabile potrebbe quindi essere quella pari al 2% degli elettori (oggi servirebbero circa un milione di firme, nel 1948 una cifra assai simile a quella stabilita in 500mila dal costituente, ossia circa 560.000). Dunque bisogna portare il numero di firme ad almeno un milione.

  • ALTRE PROBLEMATICHE DA RISOLVERE
  • Si agisca sul meccanismo della residenza

Si potrebbe dare la possibilità di voto referendario in qualsiasi parte dell’Italia. Un conto è esprimere i parlamentari nella propria circoscrizione, un altro è votare provvedimenti di respiro nazionale che non hanno bisogno di alcun requisito o ragionamento territorialmente più circoscritto.

  • Questione del voto degli italiani all’estero

Per Giovanni Sartori gli italiani non residenti in Italia potrebbero anche non votare per il referendum. Alzano l’asticella del quorum e non sono direttamente coinvolti, quindi disinteressati. Inoltre «sono bacini di voto controllati e coccolati dai partiti, che difficilmente lascerebbero le adorate preferenze gestite senza troppe difficoltà in giro per il mondo». Il politologo si spinge oltre: «ci sono delle bande più o meno mafiose che si mettono insieme e pilotano quei voti. Del resto la quasi totalità di questi italiani all’estero non conosce né segue la politica nazionale né tanto meno le discussioni sui quesiti referendari. Ma non si possono escludere». Prosegue infatti spiegando che l’unico modo sarebbe quello di «abolire quel sistema e far votare a mezzo posta, molto semplicemente, senza divisioni in collegi elettorali».

  • Modifica del contenuto dei quesiti in tempi utili

Questa volta il problema è stata la modifica del quesito sul nucleare. Naturalmente è stato necessario ristampare le schede, sol che non c’è stato il tempo di farlo per gli italiani all’estero che, nel frattempo, avevano già votato il quesito nella sua formulazione originaria. Quindi non si sa se – ove tali schede fossero state decisive ai fini del raggiungimento del quorum – il loro voto sarebbe stato valutato come valido oppure no … siamo proprio in Assurdistan! Per via dell’intervento della Cassazione il nuovo testo peraltro non aveva più niente a che fare con l’energia nucleare. Bisognerà parlare anche di questo, a un certo punto: del fatto che in questo Paese è possibile riscrivere e stravolgere i quesiti referendari a due settimane dal voto, anzi – come detto – a voto in corso.

  • Rendere i quesiti chiari e comprensibili

Come osserva sempre Sartori:“Hanno senso solo quelli che la gente può capire”. Questo è il grande problema di sempre, forse lo snodo fondamentale.

  • INTENDIAMOCI SUL “DOPO REFERENDUM”

Ha acutamente spiegato il costituzionalista Michele Ainis in una recente intervista:

«La storia non si ferma e non si ferma nemmeno la storia legislativa. (…) Nella prossima legislatura ci si potrà sempre tornare sopra. Poi il rispetto della sovranità popolare non significa che il popolo sia una mummia imbalsamata. Si possono cambiare orientamenti e le cose possono venire percepite in modo diverso. Del resto cambiano i governi perché noi votiamo ogni cinque anni e non è detto che quello votato cinque anni fa lo voteremo ancora oggi. Non c’è quindi un principio immarcescibile per l’eternità».

Si pensi ai referendum del 1995 su orari e licenze degli esercizi commerciali, che bocciarono una liberalizzazione poi imposta, a furor di popolo, pochi anni dopo e tuttora popolarissima. La lezione è che niente è politicamente per sempre.

Questo per chi dice che sul nucleare non avremmo dovuto esprimerci dato che lo avevamo già fatto nel 1987, ci rendiamo conto quanto tempo è passato e quante cose sono cambiate?

  • CONTROINDICAZIONI

Su argomenti di particolare delicatezza fino a che punto è opportuno adoperare lo strumento del referendum abrogativo? Come ha sottolineato in diverse occasioni Giovanni Sartori, la logica del referendum è troppo manichea. Affidare la decisione ad una maggioranza espressa su di una secca alternativa (il “si” o il “no” del quesito referendario) esclude ogni possibilità di mediazione politica: le minoranze non hanno alcuna possibilità di influire sul contenuto dell’atto normativo in discussione. Insomma il referendum può essere soltanto vinto o perso: è un “tutto o niente”; una legge invece può essere modificata nel suo contenuto: è un “più o meno”.

Nel lontano 1997 Stefano Rodotà fu buon profeta con un libro che oggi risulta quantomai attuale (“Tecnopolitica. La democrazia e le nuove tecnologie della comunicazione“), all’interno del quale ammonì sul pericolo di una degenerazione della democrazia in una “sondocrazia”. E’ una delle conseguenze più deleterie della perenne smania di “sondare”, di tastare le opinioni degli italiani. La consultazione continua, infatti, determina un annullamento del fattore temporale. Come ha spiegato Zagrebelsky: «La nostra nozione di democrazia presuppone l’idea della responsabilità. Presuppone che colui che non corrisponde alle aspirazioni della maggioranza venga mandato via e sostituito da un altro. La responsabilità a sua volta presuppone un distacco, un’alterità tra governante e governati, ma con i sondaggi di opinione i governanti sono in grado di non distaccarsi mai dalle opinioni, dalle aspettative della maggioranza».

  • CONCLUSIONE

Risulta inutile, oltre che dannoso, ricorrere a forme di democrazia diretta quale è il referendum se queste si trasformano in una gara demagogica e poco attenta a ciò su cui si vota. Il nodo della questione è far ritornare la centralità nel dibattito pubblico del merito dei quesiti referendari.

(Cliccando qui potete vedere l’articolo sul sito di “Termometro Politico”)

Referendum: un istituto da riformare?

Questo è un approfondimento che ho realizzato per “Termometro politico”, che verrà pubblicato su tale testata e su questo blog in due puntate. Ecco qui la prima!

(La seconda parte la trovate qui)

Il referendum del 12 e 13 giugno ha raggiunto il quorum e anche in modo netto, ma resta viva la necessità di riformare tale istituto. Le ragioni che inducevano a chiedere una sua revisione permangono, anzi forse ne escono persino rafforzate. Ma andiamo con ordine.

LE RAGONI DELLA PREVISIONE DEL QUORUM

  • In proposito riporto l’estratto di un articolo apparso proprio qui, su “Termometro Politico”:

Quale fu la ratio del suo inserimento? Perché, per esempio, introdurre il quorum per il referendum quando questo, per le elezioni (che pure determinavano chi avrebbe avuto diritto di parola su tutte le leggi per la durata di un’intera legislatura, non su qualcuna), non era previsto? Le motivazioni, principalmente, erano due. La prima, era che bisognava garantire che solo le leggi di reale interesse collettivo fossero sottoposte a referendum. La seconda, invece, era quella di costringere innanzitutto comitati promotori a informare più persone possibile dell’esistenza del referendum, e, contemporaneamente, imporre, sia a questi, sia a coloro che ai vari quesiti referendari erano contrari, di informare i cittadini per permettere loro di crearsi un’opinione e dunque decidere, di volta in volta, con la maggior consapevolezza possibile.

Curiosamente, nonostante gli scontri anche durissimi che si ebbero durante i vari dibattimenti, nessuno di questi riguardò la questione del quorum: l’ipotesi che questo limite venisse sfruttato per delle campagne di boicottaggio venne presa in considerazione solo marginalmente, tendenzialmente ignorata; l’importanza dell’esercizio del diritto di voto appena riconquistato, la volontà, comune a tutti gli schieramenti politici, di portare avanti un processo di educazione e responsabilizzazione politica delle masse affinché certe esperienze come l’appena conclusa dittatura fascista non si potessero più replicare, resero quella del boicottaggio, agli occhi dei Costituenti, un’ipotesi remota.

  • Ricordo a tutti le parole di Aldo Moro in Assemblea costituente il 16 ottobre del 1947 sul valore del referendum:

«Il presupposto dal quale partiamo nell’atto di stabilire, come abbiamo stabilito stamane, il referendum è questo: la possibilità di un disaccordo, fra la coscienza pubblica e le Camere che di essa dovrebbero tener conto nell’attività legislativa. Quindi, è inutile richiamarsi alle Camere, è inutile dire che esse intendono bene qual è il loro dovere di fronte ad una legge la quale non corrisponde alla coscienza pubblica. Ammettere il referendum significa ritenere appunto la possibilità di questo disaccordo, la possibilità di questa minore comprensione da parte delle Camere nei confronti di una evoluzione della coscienza pubblica, la quale può manifestarsi ed operare fin dal primo momento in cui la legge è entrata in vigore…».

  • Infine segnalo una riflessione di Gianfranco Pasquino (Professore di Scienza politica e autore del volume La rivoluzione promessa. Lettura della Costituzione italiana):

«L’Art. 48 della Costituzione italiana è limpido e inequivocabile: il voto “è un dovere civico”. L’Art. 75 sul referendum abrogativo non è in contraddizione con il 48, ma certamente non codifica e non santifica in nessun modo l’astensione. Neppure la riconosce come “diritto”, semmai come facoltà. Chi si astiene concorre all’eventuale fallimento del referendum per mancanza di quorum, ma certamente non ha adempito al dovere civico di votare e neppure al compito politico di difendere esplicitamente e con un “no” secco e visibile le leggi oggetto del referendum».

LE PREVISIONI DEL COSTITUENTE SONO STATE DISATTESE

L’istituto del referendum abrogativo ha subito un progressivo svuotamento del suo senso e significato originari.

  • TRASFORMAZIONE IN UNA GARA PER IL QUORUM
  • Irresponsabilità degli attori pubblici

Uno dei principi fondanti della democrazia è che i cittadini e i politici che li rappresentano debbano confrontare le proprie posizioni in modo aperto e affrontare la scelta dopo aver discusso e difeso pubblicamente le proprie ragioni. Questa scelta in un sistema democratico si estrinseca nel voto. Da tale principio discende l’idea che una elevata partecipazione dei cittadini alle scelte sia un bene in sé perché favorisce una miglior rappresentazione della “volontà generale”. La partecipazione al voto è così diventata una manifestazione del grado di civismo della comunità.

Sotto questo aspetto è paradossale che ci siano partiti o forze politiche che di fronte a un quesito referendario invitino l’elettorato a non votare. Si assiste al fatto che una parte consistente, non dei cittadini ma del corpo politico, fugge dal confronto e invita al non voto. Lo scopo è che non venga raggiunto il quorum del 50 per cento più uno degli aventi diritto e la decisione penda quindi da una parte – lo status quo, il mantenimento della legge esistente.

E’ quello che è accaduto oggi con i referendum sul nucleare, sull’acqua e sul legittimo impedimento ed è quello che era già accaduto ripetutamente in passato con inviti talvolta da destra, talaltra da sinistra e altre volte ancora da ambienti cattolici. Questo giugno è dunque andato in scena un nuovo ed ennesimo atto della fiera dell’ipocrisia all’italiana: molti di quelli che in passato hanno fatto una campagna esplicita per l’astensione oggi che i quesiti erano graditi non hanno esitato a pontificare sul dovere civico del voto, si sono vilmente erti a paladini del sacro valore della democrazia.

  • Segretezza del voto

Da quando è invalsa la pratica da parte dei contrari ai quesiti di fare campagna per l’astensione invece che per il “no” c’è stato il venir indirettamente meno della segretezza del voto. La tua partecipazione, che sia espressa con un “si”, con un “no”, con una scheda bianca o nulla, contribuisce in egual misura al raggiungimento del quorum. Sostanzialmente quindi vale come un “si”: dato che gran parte di chi è contrario ai quesiti si astiene è molto probabile che i “si” prevalgano sui “no”. Siamo così giunti al paradosso che chi esprime il proprio dissenso votando “no” – decidendo pertanto di “non barare”, di agire nel quadro dei principi supremi della democrazia – nella vulgata comune venga considerato un buontempone che “non ha capito come funzionano le cose”, un ingenuo sprovveduto che “non sa far di conto”. E’ trattato insomma come un “utile idiota”. Dicono: “che non lo capisci che aiuti chi non la pensa come te a raggiungere il suo obiettivo”? Allora io domando: ci rendiamo conto che i referendum sono stati sviliti ad una sfida per il quorum? Ci siamo accorti che il pomeriggio del 13 giugno tutti eravamo a guardare il dato dell’affluenza e non la percentuale dei “si” e dei “no”? Di questo passo succede che il fatto stesso di avere sulla tessera elettorale il timbro classificherà automaticamente il possessore come un sostenitore del “si”, perché chi è per il “no” sta a casa.

  • C’è astensionismo e astensionismo, che fare?

Il punto è evitare che chi è contrario possa sommare ai suoi numeri quelli di chi è disinteressato, o meglio evitare che l’ astensionismo “motivato e strategico” – ammesso e non concesso che questo sia lecito – si sommi con quello fisiologico. Chi invece – dimostrando di avere una coscienza scrupolosa e una grande dose di umiltà – si rende conto di essere sostanzialmente non preparato, non sufficientemente informato e consapevole sull’oggetto dei quesiti, cosa dovrebbe fare? Probabilmente votare scheda bianca, perché mai astenersi? Chi si trova in questa situazione infatti non è disinteressato all’argomento, tutt’altro. Costui però – per mancanza di conoscenze specifiche e approfondite dell’argomento – non si sente in grado di esprimere un voto favorevole o contrario alla abrogazione di una certa norma. Dunque dovrebbe avere l’orgoglio di non voler essere computato nel calderone dei “disinteressati” che si astengono.

  • Disinformazione e altre degenerazioni

Molti di quelli che promuovono il “si” elevano il quorum a “fine ultimo” che giustifica qualsiasi mezzo. I referendum di questo giugno lo hanno confermato. Questa campagna referendaria ha profuso una grande quantità di inesattezze e forzature, che hanno dato vita nella mente delle persone a un mostro virtuale. Alla stragrande maggioranza della gente che è andata a votare si è fatto credere che i due quesiti sull’acqua fossero “contro la privatizzazione” e “contro l’ingiusto profitto”. Mi dispiace per chi in buona fede lo ha creduto e tuttora lo crede, ma purtroppo (o per fortuna) questi slogan propagandavano falsità.

Viceversa i contrari alla abrogazione che optano per un’astensione strategica, evidentemente, non promuovono alcuna campagna di informazione, preferiscono far passare sotto silenzio la consultazione referendaria affinché il quorum non venga raggiunto. Non confutano quello che sostengono i comitati per il “si”, semplicemente non se ne curano.

In questo caso, pertanto, i cittadini perdono esattamente la metà dell’informazione in proposito, si ha una campagna unidirezionale (quella del “si”) che, in pratica, può dire qualunque cosa. Tanto non c’è nessuno ad avere qualcosa da ridire, chi sta dall’altra parte della barricata si guarda bene dall’intervenire nel dibattito. O meglio, dice con ghigno beffardo e compiaciuto: “meno se ne sa, meglio è”.

C’è poi la questione del pessimo stato del sistema informativo cosiddetto pubblico in Italia a rendere le cose ancora peggiori. La Rai ha reso un servizio quasi inesistente. Per il referendum del 12 e 13 giugno infatti doveva essere tutto pronto il 4 aprile. Invece gli ostruzionismi del governo hanno fatto slittare tutto al 4 maggio, insomma si è perso un mese di campagna elettorale. Peraltro quando l’informazione “è partita” è stata talvolta fatta in modo superficiale e poco professionale. Sono così diventate icone di questioni come i servizi pubblici e il piano energetico nazionale, non scienziati ed economisti, ma un comico qualunquista e un cantante molleggiato. Una democrazia sana tuttavia si basa su cittadini perfettamente informati, non dimentichiamolo. E noi da questo punto di vista siamo anni luce indietro.

(Cliccando qui potete vedere l’articolo sul sito di “Termometro Politico”)

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