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Assange, il processo di una nuova epoca?

Il potere di condannare a una pena è ancora più assoluto di quello di uccidere, perché pretende di essere conforme al vero e al giusto. Per questo quasi mai le dittature più feroci rinunciano al dibattimento in aula, anche quando esso viene ridotto a messinscena o a caricatura. Una ragione di più per rammentare che il processo, simbolo estremo della tensione tra la libertà degli individui e i loro vincoli verso la comunità, si rivela puntualmente uno strumento capace di illuminare un’intera epoca.

Questa l’acuta osservazione dalla quale prende le mosse l’ultimo libro di Remo Bassetti, La storia in dieci processi. Viene da chiedersi se quello a Julian Assange possa essere considerato “il” processo di questo “inizio di terzo millennio”, indicativo e sintomatico del trapasso in un’epoca carica di novità, che si annunciano radicalmente dirompenti nella loro rottura con il passato.

Negli ultimi decenni infatti ci sono state scoperte che hanno completamente modificato il modo di interagire tra le persone, determinando un cambiamento nel modo stesso di ragionare e di approcciarsi al mondo. Il primo gennaio del 2000 – non poteva essere scelta data più significativa – è avvenuto lo sbarco in Italia della tecnologia ADSL, la prima forma di connessione digitale. Nel 2003 Intel, presentando sul mercato la piattaforma Centrino, ha permesso di passare dai classici modelli di computer da scrivania agli attuali notebook, leggeri, ultra trasportabili e in grado di connettersi ovunque tramite wi-fi. Il 2005 ha segnato la nascita del più grande servizio di video streaming della rete, You Tube, che conta circa 2 miliardi di video visti ogni giorno. L’11 settembre 2006 è invece il giorno nel quale Facebook ha aperto le iscrizioni a chiunque, divenendo probabilmente in assoluto il fenomeno che è cresciuto in maniera più rapida come popolarità e dimensioni, tant’è che attualmente sono 400 milioni gli utenti attivi sul social network (ossia circa il 40% del miliardo di persone connesse alla rete globale). E’ per questo che si sostiene con buone ragioni che i ragazzi di oggi sono i neofiti di una rivoluzione senza precedenti, la “generazione di internet”.

E nel processo ad Assange ci sono tutti gli elementi di questa straordinaria evoluzione tecnologica.

Ecco la mappa delle centinaia di siti-specchio da cui è possibile raggiungere le pagine di WikiLeaks.

Basti pensare all’anacronistico “tentativo di far tacere Wikilieaks” tramite attacchi informatici. Infatti una persona che a soli diciott’anni aveva fondato gli “International Subversives”, un gruppo di hacker che, grazie ai software da lui sviluppati, era riuscito ad introdursi nella rete informatica di Pentagono, Ministero della Difesa Americana e NASA aveva naturalmente predisposto delle adeguate contromisure. E’ stata così offerta la possibilità di scaricare i files Torrent collegati agli archivi contenenti la corrispondenza dei diplomatici americani dalla home page della sua creatura. Inoltre si è appoggiato a una miriade di altri siti internet che hanno fatto spontaneamente da “specchio”, impedendo così, qualora fosse stato in qualche modo chiuso il dominio del sito, la scomparsa delle informazioni carpite.

Una riflessione merita anche la c.d. Operazione Payback: è accaduto che Mastercard, Visa e PayPal hanno bloccato la possibilità di effettuare sui loro circuiti donazioni monetarie a favore del sito fondato dal 39enne australiano e, di tutta risposta, i sostenitori di tale “progetto in nome della trasparenza” hanno messo in atto un’azione corale di hackeraggio che è stata nel suo complesso denominata appunto “Payback“. Per comunicare informazioni riguardanti le loro operazioni costoro, denominati nel loro complesso gruppo Anonymous, si sono serviti di vari servizi online. Facebook però ha bloccato le Pagine del gruppo Anonymous sulla base di una violazione dei suoi termini di utilizzo. Un portavoce ha dichiarato che questo tipo di provvedimenti vengono messi in atto per contrastare “Azioni e contenuti che promuovono attività illegali che sono state rilevate da Facebook stessa oppure segnalate dai navigatori”. Twitter ha invece sospeso l’account del gruppo. Tale scelta sarebbe derivata dalla presenza in un Tweet di un link che portava a un file in cui erano contenuti dei dati di carte di credito. Twitter tuttavia non ha voluto discutere sui dettagli della sospensione dell’account: “Non commentiamo sulla specifica azione che abbiamo messo in atto”. Non è chiaro se queste azioni di Facebook e Twitter nei confronti di Anonymous siano solo il frutto di violazioni dei termini di uso oppure siano derivate da pressioni del Governo USA o ancora da una libera presa di posizione da parte della loro dirigenza. In questi ultimi due casi comunque i social network e più in generale internet avrebbero perso la loro naturale “innocenza” sul terreno della libertà di espressione, avrebbero smentito la loro natura di strumenti di libertà e di neutralità.

Però qui, come ha sottolineato Piercamillo Falasca, c’è in gioco una posta ancora più alta:

A prescindere da ogni appassionante discussione sulla stampa libera e sul modus operandi dei governi nell’arena diplomatica, non si può tacere di fronte alla sospensione dello stato di diritto. Se muore l’Habeas Corpus, non vincono i governi e non perde Wikileaks, ma scompare la libertà.

Tutto era cominciato ufficialmente quando l’Interpol si è “messo alla caccia” di Assange, accusato non per le rivelazioni uscite da Wikileaks e neanche per stupro, ma per un reato peculiare della Svezia: nel paese scandinavo risulta infatti perseguibile “chi in un rapporto sessuale non usa il profilattico e successivamente non si sottopone al test Hiv”, un reato punito peraltro con una multa di 5mila corone, circa 550 euro.

Era accaduto, come spiega con dovizia di particolari qui su Caffè News Andrea Ciccolini nell’articolo Arrestato Julian Assange, ma Wikileaks non si ferma, che:

Ad agosto, in Svezia, Assange era stato con una donna Anne Adin, che sembra avere strane connessioni con la Cia, a quanto pare, durante il rapporto, si è rotto il profilattico, a quel punto il rapporto è andato avanti comunque e il giorno successivo la donna non aveva avuto nulla da ridire. Inoltre lo stesso giorno Assange, dopo una conferenza, era stato con un’altra donna e non avevano usato il profilattico, anche in quest’altro caso non erano emersi comportamenti strani. Sembra che le due donne, successivamente, abbiano denunciato Assange perché non aveva usato il profilattico e non si era sottoposto ad un test Hiv. Il processo era partito immediatamente ma, vista la pochezza dell’accusa e la mancanza di prove, non era proseguito. Solo in seguito, dopo le ulteriori rivelazioni di Wikileaks il magistrato svedese Ny ha deciso di riaprire il processo ed ha spiccato un mandato internazionale non per arrestare Assange, bensì per interrogarlo. Ora, mobilitare l’interpol per poter solamente interrogare una persona, che oltretutto si era offerta per una testimonianza in via telematica o telefonica, come hanno detto i legali dell’Hacker australiano, sembra eccessiva. L’interpol si è resa protagonista, non sappiamo se volontariamente o involontariamente, di un’errore; sulla propria pagina internet dove compaiono gli identikit dei ricercati Assange viene identificato come ricercato per crimini sessuali e non per non essersi presentato ad una testimonianza in tribunale.

Circostanza questa che fa specie dopo aver assistito all’intricata vicenda dell’estradizione per Cesare Battisti, condannato all’ergastolo in contumacia in Italia per l’assassinio di quattro persone tra il 1977 e il 1979.

Il mago degli hacker “ha anche subito un ulteriore attacco, questa volta sul piano economico, visto che la banca svizzera a cui faceva riferimento, ha chiuso il suo conto affermando che aveva fornito generalità false al momento di aprire lo stesso, il fondatore di Wikileaks aveva infatti scritto che era residente a Ginevra, ma ufficialmente lui non ha residenza”.

Quando il 7 dicembre, dopo una fase di trattative condotta dai suoi avvocati, Il 39enne hacker dalla chioma brizzolata si è presentato spontaneamente negli uffici di Scotland Yard, il nostro ministro degli esteri, Franco Frattini, si è mostrato lieto per l’arresto di Assange. In una delle sue uscite più infelici ha infatti commentato: “Era ora, l’accerchiamento internazionale per fortuna ha avuto successo […] ha fatto del male alle relazioni diplomatiche internazionali”, come se fosse stato trattenuto ufficialmente per aver divulgato notizie coperte da segreto!

Il 16 dicembre, dopo 9 giorni di isolamento nella prigione di Wandsworth, è tornato in libertà: la Corte di Westminster ha infatti accettato la richiesta di cauzione e respinto il ricorso delle autorità svedesi. Il giudice Ouseley – in un’udienza nella quale ha vietato l’utilizzo di Twitter da parte dei giornalisti e del pubblico in aula – ha stabilito che la Svezia paghi le spese legali per l’appello alla Royal Court of Justice e quelle del procuratore britannico che ha rappresentato gli interessi svedesi. Inoltre ha deciso, in attesa dell’udienza sull’estradizione fissata l’11 gennaio, che Assange sarà obbligato a portare un braccialetto elettronico per tenere sotto controllo i suoi movimenti, si dovrà sottoporre alla firma giornaliera per garantire la propria presenza e non avrà la possibilità di lasciare il Paese perché gli è stato levato il passaporto. Immediatamente la Svezia ha presentato un appello contro la decisione della Corte londinese di concedergli la libertà, per quanto ristretta. Altro problema: il commissariato di polizia più vicino alla casa di Vaughan Smith nel Suffolk dove dovrà risedere è a Beccles, ed è aperto solo tra le 14 e le 17 ma chiuso per gran parte del periodo delle festività natalizie.

Intanto gli Stati Uniti, un paese terzo rispetto al Regno Unito che lo ha catturato e la Svezia che lo ha incriminato, chiedono di “ospitare” il soggetto sul proprio territorio, “dove ad archiviare ogni discussione sulle garanzie individuali ci penserebbe una legge emanata durante la Grande Guerra (l’Espionage Act del 1917) e, alla mala parata, il fascistissimo Patriot Act post-11 settembre 2001.”

Che dire, non c’è altro da aggiungere. Sembra necessaria una edizione aggiornata del libro di Bassetti, eventualmente rivedendone il titolo: che ve ne pare de La storia in undici processi?

P.S. Ad arricchire il carattere grottesco di questa vicenda ci hanno pensato le dichiarazioni di Vladimir Putin, il quale, noto paladino della libertà – già capo del KGB fino all’agosto del 1999 – ha bollato l’arresto di Assange, facendosi beffa degli americani e più in generale del mondo occidentale, come “un’atto ipocrita e antidemocratico” – niente di meno, quanta sensibilità!

Ribaltando il celebre aforisma di Bertolt Brecht potremmo dire “Ci sedemmo dalla parte della ragione visto che tutti gli altri posti erano occupati:  manca solo il cinese Hu Jintao al tavolo dei difensori della “democrazia totale”!

(Articolo pubblicato su “Caffè News”, lo potete vedere cliccando qui)

Caso Scazzi, dove sono finite le ragioni del no alla pena di morte?

Qualche giorno fa, il 7 ottobre, i media hanno riportato con grande enfasi la sconcertante confessione resa dallo zio della quindicenne scomparsa lo scorso 26 agosto ad Avetrana, in Puglia. “L’ho strangolata in un garage vicino casa, poi l’ho portata in campagna: ho bruciato i vestiti e sotterrato il corpo”, queste le agghiaccianti dichiarazioni rilasciate ai carabinieri da Michele Misseri.

Si è trattato di una notizia che ha disorientato e turbato l’opinione pubblica tutta!

Oggi quel fronte comune in difesa dei diritti umani che urlava e continua a urlare “no” alla lapidazione di Sakineh sembra come sgretolarsi dinanzi a questo delitto tanto efferato.

Infatti, fomentata dal modo sempre più violento di fare informazione che si sta affermando in Italia, tanta gente non ha resistito: non ha saputo tenere a bada gli istinti più belluini che si annidano nell’animo umano. Intendiamoci, quello che ha fatto lo zio di Sarah è un qualcosa di davvero cruento e terribile (non stiamo scrivendo la sua condanna: ha diritto ad un regolare processo, semplicemente stiamo alle sue parole). Ma, se possibile, fa rabbrividire ancor di più assistere alla diffusione di movimenti che incitano all’uso della pena capitale sul Misseri o che, viceversa, sono contrari ad essa perché “quella persona non soffrirebbe abbastanza. E’ troppo comodo abbandonare in un istante questo mondo, meglio se marcisce in carcere per tutta la vita”; si tratterebbe insomma di un “no” dettato da una raccapricciante ricerca di quale possa essere il modo migliore “per accanirsi su di lui”. Chi fa quest’ultimo ragionamento, quindi, se ritenesse la pena di morte la tecnica capace di infliggere maggiore dolore al reo (qualcuno direbbe “capace di offrire la miglior vendetta”) non avrebbe nulla in contrario al suo utilizzo. E’ per questa stessa ragione che taluni arrivano addirittura a formulare richieste ancor più macabre: “torturatelo oppure lasciatelo agli altri detenuti, loro sapranno sicuramente che punizione dargli”.

Del resto, quella su quale sia la pena più dura che un uomo possa scontare appare come una discussione decisamente aperta: oltre alle precedenti modalità più o meno nascoste di vendetta si possono individuare, infatti, almeno altre due diverse, se così è lecito definirle, “scuole di pensiero”. Una sostiene che la cosa più atroce per il reo sarebbe stare in carcere per tutta l’esistenza, dannandosi l’anima a pensare e ripensare a quanto male è stato capace di compiere; l’altra si basa invece sulla sofferenza non tanto fisica, ma piuttosto psicologica che è propria delle esecuzioni capitali. E’ questa il tipo di sofferenza che emerge da una dura requisitoria contro la pena capitale che Dostoevskij, condannato a morte ma in seguito graziato, fa pronunciare nei primi capitoli de “L’idiota” al protagonista del romanzo:

Ora, può darsi che il supplizio più grande e più forte non stia nelle ferite, ma nel sapere con certezza che, ecco, tra un’ora, poi tra dieci minuti, poi tra mezzo minuto, poi adesso, ecco, in quell’istante, l’anima volerà via dal corpo e tu non esisterai più come uomo, e questo ormai con certezza; l’essenziale è questa certezza. […] La punizione di uccidere chi ha ucciso è incomparabilmente più grande del delitto stesso. L’omicidio in base a una sentenza è incomparabilmente più atroce che non l’omicidio del malfattore.

Il rifiuto a questo tipo di pena si deve basare, invece, su ben altre valutazioni. Richiamiamo a tal proposito i 10 motivi indicati da Amnesty International: 1. viola il diritto alla vita, 2. è una punizione crudele e inumana, 3. non è stato mai dimostrato il suo valore deterrente, 4. uno stato che uccide compie un omicidio premeditato, 5. è sinonimo di discriminazione e repressione, 6. non dà necessariamente conforto ai familiari della vittima, 7. un errore giudiziario può uccidere un innocente, 8. infligge sofferenza ai familiari dei condannati, 9. nega qualsiasi possibilità di riabilitazione, 10. non rispetta i valori di tutta l’umanità (ecco il link: http://www.amnesty.it/10ottobre/10motivi).

Ci soffermeremo su un ulteriore elemento: all’origine della civiltà giuridica moderna c’è un atto molto lontano, la “Magna Charta” del 1215. All’art. 29 si ha l’affermazione del c.d. principio dell’Habeas Corpus:

Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, spossessato della sua dipendenza, della sua libertà o libere usanze, messo fuori della legge, esiliato, molestato in nessuna maniera, e noi non metteremo né faremo mettere la mano su lui, se non in virtù di un giudizio legale dei suoi pari e secondo la legge del paese.

Il sovrano fa la grande promessa che fonda la libertà moderna, rinnovata poi da parte del sovrano democratico, ossia l’assemblea costituente, che dice ai cittadini all’art. 32, comma 2 della Costituzione:

La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Si badi, dietro queste parole, diversamente da quello che alcuni sostengono, non vi è una deriva individualistica, ma la reazione morale e civile a quello che avvenne nella Germania nazista.

Il fatto poi che abbiano un certo seguito queste idee proprio in Italia (ci riferiamo al “si” al suo utilizzo e al “no” dettato dal calcolo della sofferenza di cui parlavo prima) è davvero amareggiante. Il nostro, infatti, è sempre stato un Paese all’avanguardia su questo fronte: la prima abolizione nel mondo, il 30 novembre del 1786, fu da parte del Granducato di Toscana ed è stata l’Italia a presentare la prima proposta di risoluzione per una moratoria, su iniziativa di “Nessuno Tocchi Caino”, all’Assemblea Generale dell’ONU, nel 1994 (perse per 9 voti) e poi a presentare una nuova risoluzione di moratoria, sempre in seguito ad una lunga campagna di “Nessuno tocchi Caino”, che è stata approvata dalla Terza commissione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 15 novembre 2007 (con 99 voti favorevoli, 52 contrari e 33 astenuti).

E’ quindi nostro dovere, per non tornare indietro di 795 anni, affermare un convinto NO all’uso di questa pena, sempre e comunque, a prescindere dal caso concreto, sia che si tratti di Sakineh, sia che si tratti di Misseri.

(Articolo pubblicato su “Caffè News”, lo potete vedere cliccando qui)

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