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Riaprire il dibattito sulla rappresentanza sindacale e l’art.39 della Costituzione

Lo sciopero unitario di Cigl, Cisl e Uil contro la manovra Monti è un’occasione per riflettere

La mobilitazione dei sindacati contro la manovra Monti – che ha confermato il fatto che gli scioperi generali ormai non si avvertono nel Paese come una volta e non coinvolgono la gran parte dei lavoratori giovani – contiene il dato positivo della ritrovata unità fra le confederazioni, che era perduta ed è invece un fondamentale fattore di stabilità. Superato il passaggio dell’opposizione alla manovra si annuncia già il prossimo capitolo, quello della discussione sulla riforma del mercato del lavoro. Ma, da noi, la protesta unitaria dei sindacati resta eccome una notizia. Peraltro è stato stucchevole e poco edificante assistere ad estenuanti trattative persino per accordarsi sul numero di ore di sciopero (tre) dopo essersi divisi tra chi voleva farne due e chi quattro!

C’è da augurarsi che questa momentanea unità diventi l’occasione per una riflessione pubblica più matura e responsabile su questioni messe da tempo da parte, come la mancata attuazione dell’art.39 della Costituzione. I Padri fondatori della nostra Repubblica fornirono sagge e razionali risposte ai problemi del mondo del lavoro e delle relazioni industriali. Le scelte del costituente furono dettate da una concezione della società da ricostruire, che presupponeva la netta separazione della normativa tra rapporti politici e rapporti economici dei cittadini, tant’è che essa venne distinta nei Titoli III e IV della Carta. La ragione di tale distinzione risiedeva proprio nell’idea fondamentale di una democrazia in forza della quale la “rappresentanza politica” è legata al principio di maggioranza (tradotto nel criterio che tra i partiti – per mezzo dei quali i cittadini concorrono con metodo democratico a determinare la politica nazionale – si avvicenda al potere quello o la coalizione con più alto consenso), mentre la “rappresentanza sindacale” non può e non deve derogare dalla unitarietà. In altre parole la volontà della generalità dei lavoratori può esprimersi solo non escludendo nessuna delle loro organizzazioni rappresentative dal processo formativo delle decisioni contrattuali. L’articolo 39 della Costituzione, infatti, dopo aver affermato che “L’organizzazione sindacale è libera e ai sindacati non può essere imposto altro obbligo che un ordinamento interno a base democratica”, stabilisce che i sindacati “Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce.” Il legislatore ordinario ha prodotto sulla materia solo sporadiche iniziative singole o di gruppo, non pervenute mai a decisione assembleare: i tanti Governi succedutisi al potere si sono ben guardati dal proporre la normativa che attuasse il dettato costituzionale.

La pretesa che il sistema sindacale possa assolvere le proprie delicate funzioni in assenza di una qualsiasi regolazione sembra tuttavia sempre più incompatibile coi tempi, e quasi legata a uno stadio adolescenziale del sistema. Dovrebbero essere gli stessi sindacati, abbandonando inveterate abitudini opportunistiche, a rendersi conto che un assetto moderno di regole (introdotto, se non per legge, per accordo collettivo) conviene in ultima analisi a tutti, giacché consente al sistema nel suo complesso di presentarsi con una maggiore forza ed affidabilità al tavolo del confronto sociale.
Sotto questo auspicio, è da vedere con favore l’accordo interconfederale del 28 giugno 2011: esso segna, se non un ritorno all’unità d’azione delle tre maggiori centrali sindacali, quantomeno un arresto del conflitto semi-permanente iniziato nel 2009 con la firma separata da parte di Cisl e Uil, con la Confindustria, degli accordi sulla riforma degli assetti contrattuali. Ma, per quanto le parti sociali abbiano stabilito dei meccanismi attraverso i quali l’efficacia del contratto aziendale dovrebbe estendersi a tutta la forza lavoro, i lavoratori non iscritti ad alcun sindacato o iscritti a sindacati diversi da quelli che hanno firmato l’Accordo non possono considerarsi automaticamente vincolati da questo e, quindi, neanche dalla contrattazione aziendale stipulata in attuazione dello stesso.

Sono tanti e tali i nodi da sciogliere che la discussione su certi temi non può essere sempre accantonata, rimandata a tempi migliori. Come diceva Einstein: «La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi», costringe a prendersi le proprie responsabilità. I problemi non sono forse le più grandi occasioni per cambiare, riformare se stessi – persone o nazioni?

(Articolo pubblicato sul numero di dicembre de “La Campania giovane”)

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Campania, più tasse e meno servizi

La scure dei tagli orizzontali e la questione dell’irpef

Già la “prima manovra dell’estate” aveva ridotto i trasferimenti alla nostra regione di circa 380 milioni, ai quale bisogna sommare i tagli della “finanziaria di Ferragosto”, approvata con un testo che è stato stravolto più e più volte e che è lontano da divenire definitivo. Si stima comunque che, stando alla prima formulazione della manovra, il costo per la Campania potrebbe essere di circa 200 milioni annui. Altrettanti potrebbero venir meno ai Comuni e un centinaio alla Provincia, per il solo 2012, con bis previsto per il 2013, mentre il 2014 dovrebbe segnare un dimezzamento del salasso. Del resto lo ammette candidamente lo stesso Stefano Caldoro: «Ci saranno maggiori tariffe e meno servizi in settori fondamentali come i trasporti, la sanità, l’assistenza, la scuola e la formazione. Di fatto si colpirà anche il mondo del lavoro».

A destare preoccupazione è il fatto che la Campania non ha più margini di manovra per prelievi autonomi di natura fiscale. Irap e Irpef sono già ai massimi consentiti, si può pensare solo ad un aumento del bollo auto. A Napoli ad esempio l’addizionale comunale irpef, che è già allo 0,50%, per coprire i tagli dovrebbe raggiungere quota 1,72% – questa però per legge può salire al massimo allo 0,80%! Peraltro per il 2012 è previsto un colpo di forbici per abitante per Napoli che è il doppio di quello di Milano.

Intanto alla sede del Monte dei Pegni del Banco di Napoli alle 8 del mattino inizia la ressa, a qualche ora dall’apertura degli uffici la folla aumenta, invade il marciapiedi, diventa un serpentone. E’ una folla silenziosa che impegna i suoi piccoli tesori per sbarcare il lunario, il segno di una crisi che ha superato il limite.

(Articolo pubblicato sul numero di settembre de “La Camapania giovane”)

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