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Affondato, il giornalismo in Italia

Giorni tristi questi. E non solo per i più recenti fatti di cronaca, in primis il naufragio della Costa Concordia. Anche per il “mondo dell’informazione”: i media italiani hanno infatti offerto uno spettacolo raccapricciante. Ma andiamo con ordine.

  • Il meglio del peggio è cominciato venerdì mattina, quando il Corriere.it scrive che i due sospettati di aver investito e ucciso con un suv Nicolò Savarino, vigile urbano milanese, sono “rom sinti”.

Riporto queste osservazioni di Alessandro Marzo Magno dal suo blog:

Come? Che vuol dire? O sono rom, o sono sinti. Mica l’ineffabile autore del pezzo avrebbe scritto “inglesi tedeschi”, o “spagnoli francesi”. Certo che no, ma il significato è analogo. Ma la concorrenza fa bene al mercato, quindi Repubblica.it non può essere da meno del suo principale avversario e di conseguenza, verso sera, spara: “Caccia ai responsabili: forse 2 giovani slavi”. Cioè? Slavi? Quindi saranno russi? Polacchi? Bulgari? Cechi? Oppure, con un linguaggio da mattinale della questura, l’ineffabile autore intendeva provenienti dalla Jugoslavia? Ma la Jugoslavia si è dissolta nel 1991, lo sa chi ha scritto il pezzo? E dal 3 giugno 2006 non esiste più nemmeno quell’ultimo lembo di Jugoslavia che era la federazione serbo-montenegrina. Allora si tratta di serbi? Croati? Sloveni? Macedoni? Bosniaci? Montenegrini. In realtà poi si scopre che sono nomadi, quindi non di etnia slava, anche se hanno un cognome che finisce in “ich”. Slavi sono tutti i popoli slavi, così come italiani, romeni, francesi spagnoli e portoghesi sono neolatini. Ma nessuno mai scriverebbe “arrestato un neolatino” se la polizia mettesse le manette a uno spagnolo, o “un anglosassone” se lo facesse con un tedesco. Oltretutto in Italia dare dello “slavo”, dello “zingaro”, del “marocchino”, del “terrone” a qualcuno ha una precisa accezione offensiva e razzista.

I due principali quotidiani del Bel Paese, non paghi, hanno ben pensato di concedere il bis domenica:

Dal Corriere.it: “È stato fermato in Ungheria nelle scorse ore uno dei due slavi sospettati di essere gli autori dell’omicidio di Nicolò Savarino”.
Da Repubblica.it: “Avendo nomi e curriculum criminali dei due slavi ricercati per l’omicidio – uno di passaporto tedesco, l’altro italiano…”

  • Video “patacca” dell’interno della Concordia.

I telegiornali nazionali hanno riproposto  questo video che mostra l’interno di una nave da crociera durante una tempesta, come se fosse l’interno della Costa Concordia al momento dell’impatto con gli scogli.

Domenica 15 il tg5 delle 8 del mattino ha proposto il suddetto filmato all’ottavo minuto dell’edizione; il Tg2 delle 13, invece, l’ha mostrato come quinto servizio e il tg1 delle 13.30, in uno dei collegamenti in diretta, ha presentato una ricostruzione di cosa poteva essere successo e c’erano alcune immagini del video!

Da notare che la giornalista del tg2 che lancia il servizio (qui dal munuto 9:33) parla di “telecamera di sicurezza”, mentre quella che l’ha preparato sente il commento in inglese nel sottofondo e parla di “passeggero britannico”.

Qualcuno si è scusato, qualcuno no.

Il “falso” peraltro era già stato per tale definito nelle ore precedenti, su diversi blog e tra diversi opinion makers internettiani.

Dal blog di Anna Simone:

In realtà non bisogna essere dei geni dell’informatica per capire che lo stesso video è stato inserito un anno fa, riscuotendo migliaia di visualizzazioni, con il titolo “Nave da crociera nella tempesta L’incredibile video nella hall”. Era la testimonianza di come “Una tranquilla crociera nell’Oceano Pacifico si trasforma in pochi attimi in un disaster movie. Le telecamere di sicurezza della Pacific Sun Cruise, nave australiana, mostrano il caos scatenato all’interno dell’imbarcazione da una tempesta con onde alte diversi metri”. Sarebbe bastato leggere i commenti scritti sotto!

N.B. Ora però non iniziate con le lodi del tanto bistrattato “popolo della rete” che aveva scoperto il falso. Non fatelo, per carità. Chi diavolo è questo fantomatico “popolo della rete”? Come è ovvio ed evidente – il controllo di realtà, quello che con un ridondante inglesismo viene chiamato “fact checking”, lo hanno fatto i singoli, la “rete” è lo strumento del quale si sono serviti. Ve lo dico, io sto con Eduardo De Filippo. Quando gli telefonò un giorno “la televisione” rispose “aspetti che le passo il frigorifero!”.

Beh, una domanda comunque sorge spontanea: ma a cosa serve un ordine dei giornalisti, che difende anche adesso il proprio ruolo rispetto a ipotesi di liberalizzazioni, se non a garantire che queste cose non capitino?

Io sono per l’abolizione tout court dell’ordine dei giornalisti “pubblicisti” e di quello dei “professionisti”, in breve:
“Senza alcun bisogno di esami, senza ordini parassiti, sei giornalista se lavori come giornalista, se ti pagano per fare il giornalista non hai bisogno di altro per essere riconosciuto come tale. Funziona così in tutte le democrazie avanzate, solo in Italia una classe di giornalisti vecchi e attaccati ai propri privilegi continua a riproporre nel 2000 una assetto del giornalismo concepito negli anni ’20 della dittatura mussoliniana, con bollini, esami, patenti e percorsi formativi obbligatori ridicoli prima ancora che inutili, visto che nessun giornalista opera in solitudine e tutti pubblicano sotto la supervisione di un direttore e di una testata, assicurando che non manchi la “responsabilità” anche in assenza di patenti.”

Ma Enzo Iacopino, presidente Nazionale dell’Ordine nazionale dei Giornalisti, mette in guarda il Governo: le liberalizzazioni non tocchino questa categoria professionale, «sarebbe una giungla peggiore di quella che esiste oggi. Molti tra gli editori potranno continuare a rubare i sogni dei giovani che retribuiscono con pochi euro ad articolo e saranno liberi, senza la presenza dell’Ordine dei giornalisti, di rubare ai cittadini quote di verità». E rilancia esprimendo la “necessità” che, «chi si occupa di materia tanto delicata (il diritto all’informazione, ndr)» debba sostenere un esame, «che dovrà affrontare chiunque vorrà dirsi giornalista, sia che voglia esserlo in maniera esclusiva, da professionista, sia che scelga, da pubblicista, di affiancare altra professione».

  • Poi ci sono state le classiche assurde domande ai naufraghi.

D (reale): “Ma perchè avete fatto questa crociera?” (giornalista di tgcom24)

R (immaginarie): “Per farmi fare domande idiote da un mentecatto!”/ “Ma perché sua madre è restata incinta?”

D: “Lei ha avuto paura?”

D: “Che cosa fa adesso? Va a casa?”

R:  “No, ho una lezione di parapendio..”

Dulcis in fundo questo sondaggio su Tgcom(ico)24: Naufragio Costa, secondo te di chi è la colpa?

a) La compagnia b) Il comandante C) Altro

Consentitemi, molto meglio i servizi e i sondaggi di Neri Pupazzo (si tratta di una presa per i fondelli del giornalismo che specula sulle sofferenze umane per alzare gli ascolti da parte di Maccio Capatonda). Vedetevi questo video:

Scusate l’autocitazione, ma è tutto confermato quello che avevo scritto in questo articolo: Caso Scazzi, dove finisce il diritto di cronaca?

  • Non poteva mancare, infine, il riferimento superstizioso.

La stragrande maggioranza dei tg, tra il serio e il faceto, ha fatto notare che la sciagura si è verificata venerdì 13 e ha scovato, nientedimeno, un video che dimostra che, al momento del battesimo dell’imbarcazione, la bottiglia non si è rotta (a proposito, consiglio fortemente di leggere questo post)!

Niente da dire. Ormai è affondato, è proprio colato a picco. Il giornalismo italiano, “quello dei professionisti”. 

(Articolo pubblicato su http://www.lacampaniagiovane.it, lo potete vedere cliccando qui)

AGGIORNAMENTO: a proposito di liberalizzazione dell’ordine dei giornalisti, segnalo questo interessante – e per me “condivisibilissimo” – articolo di Federico Rampini.

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Relazioni internazionali nell’era Berlusconiana

DALLE SCELTE DI CAMPO A QUELLE DI COMODO

L’epoca berlusconiana verrà ricordata anche per il tipo di politica internazionale portata avanti: questa si è infatti caratterizzata per un modus operandi sempre più ondivago e intermittente. Il centro-destra che aveva denunciato “l’equivicinanza” della politica estera dalemiana – accusata di collocarsi sempre in mezzo tra aggrediti e aggressori, a distanza di sicurezza dagli uni e dagli altri – si è messa a distinguere gli autocratici buoni da quelli cattivi sulla base della loro amicizia e disponibilità personale e delle convergenze di interessi di breve periodo. Ma questa – viene da dire – non è nient’altro che la naturale conseguenza di una certa concezione proprietaria ed aziendalistica della politica: si intrattengono relazioni con altri Paesi sulla base di meri rapporti di fiducia personale piuttosto che sulla scorta di precise scelte di valori. Ad emergere è la convinzione di fondo che un Governo responsabile debba muoversi nel “mercato” delle relazioni internazionali in modo del tutto indipendente da una valutazione politica dei fatti, degli equilibri generali e delle conseguenze di medio-lungo periodo. Quest’idea ha portato Berlusconi a Minsk a tributare sperticati elogi all’ultimo dittatore europeo, il bielorusso Alexander Lukashenko, a difendere, in ogni dove, le ragioni e la legittimità della “demo-autocrazia” putiniana e a farsi garante della rispettabilità politica del colonnello Gheddafi, che ormai sale in Italia a divertirsi quando e come vuole. Un movimento schizofrenico del nostro Paese sullo scacchiere geopolitico assai arduo da decifrare che è dipeso e dipende tutt’ora dai vezzi di un uomo solo, che si pone nell’evidente contraddizione di proclamarsi un convinto liberale, un fedele alleato degli USA, ma, nel contempo, si mostra nei fatti il leader europeo più marcatamente filosovietico: è stato infatti sempre il nostro Presidente del Consiglio ad affermare con toni ed esclamazioni da consumato showman che “Putin e Medvedev sono dei doni di Dio”! Lo “sdoganamento” più clamoroso probabilmente è stato però quello del presidente bielorusso  in quanto il Cavaliere è stato il primo leader occidentale da almeno dodici anni a questa parte a mettere piede a Minsk. Recentemente ad assestare un altro colpo alla nostra già minata credibilità è stato il caso Battisti: in questa circostanza il Governo ha assunto un atteggiamento poco convincente rispetto alla mancata concessione dell’estradizione da parte del presidente Lula. A parte formali richieste al Governo brasiliano e la minaccia – prima annunciata e poi smentita – di non ratificare gli accordi militari, infatti, non si sta facendo molto altro. Si potrebbe ad esempio ricorrere alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia, perché, come dice l’avvocato Francisco Rezek – ex giudice del Supremo Tribunal Federal, nonché ex membro del Tribunale dell’Aja dal ‘97 al 2006 – in un’intervista al quotidiano brasiliano “Folha”: «E’ talmente assurda l’ipotesi di non rispettare una decisione della Corte dell’Aja che non riesco nemmeno a pensarlo (…) Battisti verrebbe senza dubbio condannato». Dello stesso avviso anche Marina Basso, professoressa di diritto internazionale all’università di San Paolo: «La situazione dell’Italia davanti alla Corte dell’Aia è talmente favorevole che non varrebbe la pena promuovere un giudizio, che potrebbe durare anche cinque anni. Basterebbe la richiesta di un parere che si risolverebbe in pochi mesi». Queste sono solo alcune delle vicende che, insieme alle varie gaffes – si va dall’Obama “abbronzato” al cucù alla Merkel -, hanno determinato un netto ridimensionamento dell’immagine del nostro Stato: paiono lontani i tempi nei quali gli italiani Prodi, Monti e Padoa-Schioppa  svolgevano un ruolo di prestigio nella costruzione del sogno europeo. Quando la politica della Farnesina tornerà ad essere il risultato di precise scelte di campo, frutto di sentite e lungimiranti valutazioni ideali?

(Articolo pubblicato sul numero di gennaio de “La Campania giovane”)

 

Cliccando su questa scritta potete vedere l’articolo pubblicato sul sito de “La Campania giovane”

Cliccando qui invece potete scaricare o semplicemente vedere il pdf del numero completo di gennaio de “La Campania giovane” nella versione cartacea

Qui di seguito l’immagine del cartaceo dell’articolo:


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