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Amministrative, scenario confuso a un anno dalle politiche

Tiene il centro-sinistra e il PD, crolla il PDL, giù la Lega, Terzo Polo non pervenuto, sfonda Grillo… fantasmi del 1994

A queste amministrative sono stati chiamati a votare oltre 9 milioni di elettori, circa il 20% del totale, per eleggere i sindaci di quasi mille comuni, di cui 157 sopra i 15 mila abitanti, compresi 26 capoluoghi di provincia. Non è stata una consultazione minore, in Italia del resto nessuna elezione lo è. A maggior ragione in questa fase di transizione, dove questo voto costituisce una cartina di tornasole capace di darci delle indicazioni circa il cambiamento sociale e politico in atto. Queste sono state infatti le prime elezioni nell’era del “Montismo”, le prime in cui i partiti hanno potuto valutare la risposta dell’elettorato al sostegno o all’opposizione al “governo tecnico”. E tale tornata elettorale si è tenuta quando il ciclo politico di Berlusconi, secondo il giudizio quasi unanime dei commentatori, è giunto al termine.

Rispetto alle comunali precedenti, nei 26 capoluoghi di provincia, nel centro-sinistra perdono consensi tutti e tre i partiti della foto di Vasto, che cedono un bel po’ di voti alle civiche d’area, che raggiungono il 13% e oltre. In particolare il PD passa da 360mila a 240mila voti, confermandosi tuttavia il primo partito italiano. Il PDL invece passa da 407mila a 176mila (- 56%). Se consideriamo le ultime elezioni in questi comuni – qualunque esse siano, europee e/o regionali – la Lega partiva da 128mila voti con oltre il 9%. A questo giro ha raccolto solo 41mila voti, pari al 2,72%. Peraltro il risultato di Verona si deve esclusivamente a Tosi, con la lista civica con il suo nome al 37% e quella del partito al 10%. E’ stato un voto “personale”. Per molti versi espresso “contro” la Lega di Bossi, che lo aveva pubblicamente definito uno «stronzo» e un «raccoglitore di fascisti». Poi disfatte dal forte valore simbolico sono state quelle di Cassano Magnago (il paesino che ha dato i natali a Bossi) e di Monza (la città delle sedi distaccate dei ministeri), entrambe con un’amministrazione uscente leghista. In questi comuni la Lega non comanda più, tanto che i candidati del Carroccio non sono riusciti a strappare nemmeno un biglietto per il ballottaggio. Il Terzo Polo non esiste nemmeno, esistono dei partiti e delle liste collegate che insieme però hanno raccolto un discreto bottino. La sorpresa è stata il Movimento 5 Stelle, i “grillini” hanno preso il 9% nell’insieme dei comuni dove si sono presentati e in alcuni contesti hanno raggiunto circa il 20%. A Sarego, piccolo comune in provincia di Vicenza, è riuscito a fare eleggere il suo primo sindaco.

E’ da rilevare, tuttavia, che la presenza di tante liste collegate ai candidato-sindaco nasconde la vera forza dei partiti, perciò è più opportuno fare riferimento a “blocchi” elettorali. Dai dati emerge che mentre il blocco di centro-sinistra (PD, IDV, SEL + liste civiche) arretra relativamente poco rispetto alla sua consistenza nel 2008 (dal 43,1% al 37,7%) il blocco di centro-destra (PDL, Nuovo-PSI, La Destra + liste civiche) passa dal 39,9% al 25,7% di oggi.

Come ha osservato Federico Geremicca su La Stampa, quel che resta è un «cumulo di macerie politiche. E in mezzo ai rottami di partiti che non ci sono più (il Pdl), di movimenti messi in ginocchio dai loro stessi errori (la Lega) e di esperimenti rivelatisi nelle urne espedienti mediatici o poco più (il Terzo Polo) solo il PD sembra reggere l’urto dell’esasperazione popolare. Il PD si conferma – e adesso di gran lunga – il primo partito del Paese, l’unico realmente strutturato lungo tutta la penisola e che gode di un residuo “voto di appartenenza” che ne permette la tenuta anche in momenti difficili come quello in questione».

Quanto alla polverizzazione del centro-destra, non è che l’esito prevedibile di una strategia a suo modo razionale che ha fatto di un partito un regime, destinato a finire come un regime. Con i rinnegati, i nostalgici e gli “antifascisti” del giorno dopo. Perché Berlusconi fosse tutto, il partito doveva farsi niente. E niente, dopo Berlusconi, è rimasto. Alfano commenta: «E’ sconfitta ma non catastrofe». Meno di ventiquattr’ore dopo però è tutto da riscrivere. Il “capo” ritorna dalla Russia e sconfessa Angelino, il “delfino senza quid”. «Risultati al di sopra delle mie aspettative», per la serie “fermi tutti, abbiamo scherzato!” No, non è stata una Caporetto, un tracollo, tanto meno una sconfitta: il PDL in una nota si attribuisce nientemeno che il 28,6%, altro che catastrofe! A via dell’Umiltà insomma “ritrattano”, ci ripensano e proclamano, con scarsa umiltà, che hanno vinto. Sì, una vittoria all’insaputa delle urne e degli elettori – Scajola docet. Danno i numeri e lo fanno per fervida immaginazione e palpabile disperazione. Perché a destra si è aperto un vuoto di rappresentanza politica che non è chiaro come e da chi possa venire colmato. Però quel buco non resterà tale, sarà riempito in qualche modo alle prossime elezioni politiche.

E a Casini qualche ideuccia in proposito comincia a balenare per la testa. E’ in questa chiave che si spiega il suo fin troppo mesto e tranchant post su twitter: «Il Terzo Polo è stato importante per chiudere la stagione Berlusconi, non è in grado di rappresentare la richiesta di cambiamento e novità». Il leader dell’UDC scarica così Fini e Rutelli, si allontana decisamente da Bersani, e vira più che a destra, verso quel non meglio precisato contenitore dei moderati in cantiere.

La chiosa più convincente è quella del politologo D’Alimonte. «Ci sono milioni di elettori disponibili a cambiare le loro scelte di voto, ma l’offerta di nuovi “prodotti” è praticamente inesistente. Una fetta di loro ha scelto Grillo. Ma sono molti di più quelli che non hanno ancora deciso per mancanza di alternative accettabili. Se non verranno fuori da qui alla prossima primavera non andranno a votare. Ci sarà una domanda inevasa che rischia di ingrossare ancora di più la marea montante della disaffezione nei confronti della politica e forse nei confronti delle istituzioni democratiche e dell’Europa». La sinistra deve tenere a mente quel che è accaduto nel ’94, quando prima vinse le comunali e poi la “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto fu travolta dalla nascente Forza Italia. Farebbe bene a non cullarsi sugli allori, che il quadro politico è confuso e in evoluzione. Proprio come quello di 18 anni fa.

(Articolo pubblicato sul numero di giugno de “La Campania giovane”)

Cliccando qui potete scaricare o semplicemente vedere il pdf del numero completo di giugno de “La Campania giovane” nella versione cartacea

Di seguito le immagini dell’articolo nella versione cartacea (se clicchi sulle immagini le vedrai ingrandite):

Lega, un partito nordcoreano?

Bossi-Maroni: uniti nel no a Monti, divisi sul futuro.

Ma quali idee?

Era cominciato tutto così: un capo-padre padrone vecchio e malato, manovrato e tenuto politicamente in vita da una masnada di cortigiani, gestisce il partito alla stregua di un dittatore, vietando al leader dell’opposizione interna di prendere parte ad iniziative politiche. Insomma gli nega il diritto di parola, in quanto voce dissenziente. Intanto il figlio del leader maximo di cui sopra viene evocato, nientedimeno, come possibile futuro erede del potere assoluto paterno. Attenzione gentile lettore, il presente articolo non parla della Corea del Nord, di Kim Jong-il e del “grande successore” (il suo secondo genito, Kim Jong-un).

Maroni però replica senza esitazioni e sul suo profilo facebook parte all’attacco: «Mi hanno appena chiamato per comunicarmi che la segreteria nazionale ha deciso di impedirmi di tenere gli incontri pubblici già programmati in tutta la Lombardia. Non so perché, nessuno me l’ha spiegato, sono stupefatto, mi viene da vomitare. Qualcuno vuole cacciarmi dalla Lega, ma io non mollo!». Molti i militanti a sostenerlo e Bossi decide di ritirare il “divieto”. Qualche giorno dopo si tiene uno dei convegni che erano stati fissati, al teatro Santuccio di Varese. Maroni raduna le sue truppe e invita Bossi – presente sul palco – a «cacciare chi lo vuole cacciare»: 2mila “camice verdi” accorse urlano «Reguzzoni fuori dai coglioni» e chiedono a gran voce anche di rompere per sempre con Berlusconi. Poi va in scena lo psicodramma sull’autorizzazione all’arresto di Cosentino e a stretto giro arrivano le dimissioni proprio di Reguzzoni dal ruolo di Capogruppo alla Camera.

Il quadro si completa con una manifestazione a Milano con un bagno di folla per Bossi, che però riceve anche una bordata di fischi per il mancato comizio di Maroni. E, pure tra parole di unità continuamente ribadite, non c’è nemmeno una stretta di mano tra l’ex ministro dell’Interno e l’ex capogruppo. Bossi prende la parola e si scaglia, con la consueta pacatezza, contro il governo «infame»: «Stai attento Monti, o ti vengono a prendere a casa.. fuori dai coglioni». Poi ammonisce il Cavaliere: «A Berlusconi do un suggerimento, la Lega ti chiede di far cadere questo governo infame o non riuscirà a tenere in piedi il governo della Lombardia, dove ne stanno arrestando uno al giorno.. non tenere il piede in due scarpe, non ci piace chi lo fa».

Il modello carismatico di massa – su cui il partito si è retto fin dalle origini – vacilla, risulta sempre più inattuale ed inadeguato. Il leader storico, Umberto Bossi, stenta ormai a suscitare passione e identificazione personale. La sua malattia gli rende più difficile comunicare, tanto più controllare l’organizzazione del partito. Il suo carisma non è più indiscusso né indiscutibile, come un tempo. La sua dipendenza dalla cerchia di politici e familiari che lo circonda appare evidente. E questo ne indebolisce l’immagine. D”altro canto, però, è difficile anche per Maroni subentrare a Bossi, senza l’assenso di quest’ultimo – o, peggio, contro di lui: 9 sostenitori su 10 di Maroni nutrono fiducia nel Senatur. Una conferma di quello che ha osservato recentemente Gad Lerner, ossia che sono di due figure non alternative e competitive, ma complementari: Bossi, la maschera “populista”, interpreta la parte del partner fedele e leale di Berlusconi verso cui è cresciuta l’insofferenza dei militanti; Maroni, il volto “governativo”, recita invece la parte della Lega “di opposizione” e “di lotta”. Ma, al di là della questione di chi comanda, c’è della sostanza politica in tutta questa faccenda o è una mera lotta di potere? Distinzioni a livello di contenuti per la verità non se ne sono viste finora. Ed ecco che ad emergere è l’idea di una Lega con Bossi presidente e con Maroni segretario, senza il cerchio magico. Non diverse idee dell’Italia o, che so, della Padania.

(Articolo pubblicato sul numero di febbraio de “La Campania giovane”)

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