Archivio mensile:maggio 2012

Due anni di bugie di Caldoro, guarda il video

Cicca sul segente link per vedere il video su youtube:

http://www.youtube.com/watch?v=4yWwax2Yi7k

Buona visione!

LA CAMPANIA CHE RINASCE?

DUE ANNI DI BUGIE

L’editoriale di Antonio Marciano, consigliere regionale PD

E’ cominciato tutto per gioco, ma ben presto ci siamo resi conto che sarebbe diventato qualcosa di più serio. Di più, una mossa mediatica azzeccata. La nostra, certo, non quella di Caldoro. “La Campania rinasce? Due anni di bugie”, video virale firmato da La Campania Giovane che un paio di settimane fa abbiamo deciso di mettere in rete, è riuscito a collezionare in pochi giorni molti più clic dell’originale realizzato dall’esperto di comunicazione Luigi Crespi per raccontare i primi due anni di governo Caldoro in Campania (“La Campania che rinasce, due anni con Caldoro”). Un successo che si spiega in due modi. Primo: evidentemente chi racconta la verità desta più interesse di chi costruisce la menzogna. E poi: malgrado gli sforzi enormi per superare evidenti lacune comunicative, il Presidente non sfonda. Né sui canali tradizionali di comunicazione, né su internet. Tra il Governatore e il popolo del web la scintilla tarda a scoccare: dopo il mezzo flop del filo diretto con i cittadini che andava in streaming ogni lunedì su http://www.regionecampania.it, anche il video-racconto dei primi due anni alla guida di Palazzo Santa Lucia non è riuscito a collezionare troppi clic. Anzi, ancora una volta il tentativo di rilanciarsi nel mondo della comunicazione 2.0 rischia di trasformarsi per Caldoro in un boomerang. Soprattutto se nelle prossime ore i navigatori del web continueranno a preferire al video ufficiale quello in cui alla voce del Presidente che elogia il lavoro della Giunta sul fronte del contenimento della spesa, della sanità, del lavoro, dei trasporti pubblici, dei rifiuti, si sovrappongono le immagini delle barelle nei corridoi degli ospedali, delle proteste dei precari e dei cassintegrati, delle migliaia di pendolari della Circumvesuviana in attesa che passi un treno, della discarica di Terzigno riempita all’inverosimile di sacchetti. Un video montato ad arte a metà tra lo sfottò e la denuncia, in cui trovano spazio anche volti noti della tv come Maurizio Crozza (che attacca il condono edilizio proposto qualche mese fa dal consigliere regionale PDL Luciano Schifone) e leader politici nazionali come il deputato Maurizio Lupi, nel suo memorabile fuori onda ripreso da Striscia la Notizia in cui attacca il Governatore campano. Con una chiosa finale. L’immagine di Caldoro in versione Mago Silvan e la scritta ironica: “E adesso cos’altro tirerà fuori dal cilindro?”.

(Dal numero di maggio de “La Campania giovane”)

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Il Governo vuole riformare il valore legale dei titoli di studio – inchiesta

Il vero nodo è quello della differenziazione istituzionale, seguendo esempi del mondo anglosassone e dell’Europa continentale. Si potrebbe consentire a un gruppo ristretto di università, valutate in modo trasparente di alta qualità, di poter scegliere gli studenti. Una strategia che richiede finanziamenti per garantire ai bisognosi ma meritevoli la possibilità di iscriversi ai corsi di laurea selettivi.

Fino a circa una settimana fa, si poteva leggere sulla home page del sito del Miur (Ministero dell’istruzione dell’università e della ricerca): «la consultazione è rivolta a tutti i cittadini interessati. Al termine, i contributi ricevuti saranno pubblicati, previo consenso dell’interessato e comunque in forma anonima, sul sito del Miur e costituiranno il presupposto per tutte le proposte da sottoporre al Consiglio dei Ministri oltre che per i provvedimenti del Ministero». Si trattava della consultazione online sul valore legale del titolo di studio, aperta il 22 marzo e chiusasi appunto il 24 aprile, alla quale ogni cittadino ha avuto la possibilità di partecipare offrendo il proprio contributo di idee.

Il governo Monti si era mostrato intenzionato ad entrare nella «nebulosa» del valore legale dei titoli di studio universitari (espressione adoperata dal massimo studioso di diritto amministrativo del nostro Paese, il giudice costituzionale Sabino Cassese, alla fine di un suo illuminante saggio dedicato a questo tema, pubblicato dieci anni fa – Annali di storia delle università italiane), quando lo scorso gennaio, nel corso di un Consiglio dei Ministri, discusse di almeno tre questioni:

  1.     l’eliminazione del voto di laurea come criterio di valutazione nei concorsi pubblici;
  2.     l’eliminazione del vincolo del tipo di laurea (basterebbe, tranne che per i ruoli tecnici, un qualsiasi tipo di diploma) per l’accesso ai concorsi medesimi;
  3.     la realizzazione di un ranking, di una classifica che valuti la qualità delle università che hanno rilasciato il titolo.

Come ci suggerisce Cassese, la questione è intricata e si rendono necessari dei chiarimenti preliminari.

Il complesso concetto di valore legale dei titoli richiama un insieme di norme che, in termini generali, disciplinano da un lato l’autorizzazione ad istituire le università, e dall’altro la capacità delle stesse di rilasciare attestati dotati di effetto giuridico. A loro volta, a questi ultimi sono connessi la facoltà di svolgere esami di stato per l’esercizio di alcune professioni, i meccanismi di reclutamento tramite concorsi e le progressioni di carriera nella pubblica amministrazione.

Può apparire incredibile, sorprendente, ma non esiste alcuna legge che imponga l’uso del voto di laurea nei concorsi e nemmeno del tipo di laurea per l’ammissione ai concorsi. Questi due strumenti sono tuttavia utilizzati, nella propria autonomia, dalle singole amministrazioni al fine di rendersi la vita più facile. Ponendo vincoli ai tipi di laurea necessari per partecipare a un concorso le amministrazioni, infatti, riducono il numero dei partecipanti da gestire; adoperando il voto di laurea per assegnare dei punteggi ai fini della valutazione dei candidati pensano di “oggettivare” il giudizio sui candidati, limitando le possibilità di ricorso giurisdizionale. Quindi, se il governo decidesse di intervenire sui punti 1 e 2 dell’elenco, opererebbe un intervento di regolazione di ciò che era lasciato alla libera autonomia delle amministrazioni.

Il numero dei giovani che, ogni anno, si iscrivono per la prima volta nelle università italiane ha superato, da qualche anno, il 50% dei diciannovenni. Una domanda di istruzione terziaria di queste dimensioni corrisponde necessariamente ad una popolazione studentesca molto diversificata in termini di preparazione iniziale, capacità, interesse allo studio, ambizioni e aspettative. Eppure l’università italiana risponde a questa domanda di istruzione con un’offerta didattica uniforme, o meglio, diversificata solo per facoltà o corso di studio e non per livello di approfondimento all’interno dello stesso corso. Si rischia in questo modo di abbassare per tutti il livello degli studi a quello che si adatta agli studenti meno preparati o di respingere la maggioranza degli studenti che chiedono una formazione superiore, incrementando irragionevolmente i ritardi e gli abbandoni.

  •     Ora possiamo passare ad analizzare nello specifico le questioni che sono in discussione.

–    La prima – il punto 1 dell’elenco – non convince.

Per un verso, curerebbe il vizio di alcuni atenei o facoltà di valutare generosamente i propri studenti, “regalando” voti alti e lodi non corrispondenti alla effettiva preparazione. Tuttavia, l’eliminazione del valore del voto rischia di disincentivare gli studenti a migliorare la loro preparazione: se non c’è differenza tra 90/110 e 110/110 perché sforzarsi di raggiungere l’eccellenza? E cancella un dato, forse non sempre preciso, ma utile per il possibile datore di lavoro: una laurea presa con 90/110 e una con 110/110 segnalano una differenza netta di preparazione degli studenti interessati, in qualunque università. Oggi, dato che ogni laurea conferita da una qualsiasi delle circa ottanta università italiane ha lo stesso peso nel mercato degli impieghi pubblici, un giovane laureato in medicina in un’università che gli ha insegnato poco o nulla “vale” – per un possibile datore di lavoro pubblico – esattamente quanto un giovane medico laureato in un’università severa che lo ha ben preparato alla professione. Una Asl che volesse giudicare i due giovani dottori ai fini dell’assunzione non potrebbe privilegiare la laurea formativa a discapito di quella scadente. Dovrebbe trattare i due come se avessero lo stessa identica formazione e lo stesso sapere.

Questa ingessatura del mercato ha almeno tre effetti gravemente negativi.
1) Le università hanno scarsi incentivi a scegliere docenti bravi e ricercatori impegnati. Sia che la lezione la tenga il figlio/a o l’amico/a del barone locale, sia che la tenga un futuro premio Nobel, la laurea vale sempre lo stesso. Perché dunque cercare di reclutare il futuro premio Nobel?
2) Mentre il settore pubblico non può distinguere tra lauree, quello privato lo può fare, almeno in parte, basandosi sui diversi ranking oggi disponibili. Ciò implica che, ad esempio, la clinica privata, diversamente dalla Asl, può scegliere di assumere un dottore che viene da un’ottima facoltà di medicina, scartando liberamente quello che viene da una facoltà non selettiva, anche se ha un voto di laurea più alto. In tal modo, si innesta un meccanismo perverso per cui i laureati bravi sono intercettati dal settore privato, mentre quelli scadenti sono lasciati al pubblico.
3) Dato che ogni laurea, ovunque ottenuta, vale lo stesso sul mercato (almeno su quello pubblico), molte famiglie non selezionano le università in base alla loro qualità, anzi sono tentate di iscrivere i loro ragazzi dove i corsi sono più facili e i voti dati con più generosità. Questo significa che le risorse private ‘premiano’ i servizi formativi scadenti invece che quelli di valore.

    La seconda – punto 2 – pare positiva.

Ammettere ai concorsi per la dirigenza pubblica lauree in storia, o arte o lettere, eccetera, accanto alle tradizionali di giurisprudenza, scienze politiche o economia consente di immettere saperi utili e diversificati che arricchirebbero il sistema pubblico. La riforma però non potrebbe coinvolgere l’accesso a professioni per le quali uno specifico sapere tecnico è imprescindibile, come ad esempio quelle di ingegnere, medico o avvocato, che richiedono lauree non fungibili con altre.

    La terza – punto 3 – è davvero poco percorribile.

Sarebbe incostituzionale (lederebbe l’uguaglianza dei cittadini: ad un concorso pubblico deve contare quello che un candidato sa, non dove si è laureato), poi se uno si è laureato nella migliore università dovrebbe vincere… E sarebbe insensato pensare di stabilire l’eccellenza per legge.
Senza contare poi che nel nostro Paese, a differenza di altri, le eccellenze sono distribuite non tra istituzioni universitarie ma tra aree disciplinari. Pertanto semmai i ranking da noi dovrebbero essere fatti per struttura didattica, non per università.

  •     Conclusioni

Guardando in un’analisi comparativa come funzionano gli altri sistemi universitari si evince che: non esiste nessun Paese al mondo in cui i titoli di studio non abbiano una qualche forma di certificazione (per via normativa o mediante accreditamento); e non esiste alcun Paese al mondo in cui sia formalizzata, a livello di ammissione ai concorsi pubblici, una differenza sostanziale tra le università che hanno rilasciato il titolo di studio. Nei Paesi in cui esiste un ranking tra le università è consentito ad esse di scegliersi gli studenti: ciò ha come effetto che gli studenti migliori vadano nelle università migliori e, quindi, questi studenti, una volta laureati, hanno molte più possibilità di altri laureati di accedere a professioni migliori, nel pubblico e nel privato. Sempre in questi sistemi in cui le università possono scegliere i più bravi, esse hanno anche i migliori mezzi per prendersi i più bravi «senza mezzi». Harvard aveva i soldi per dare una borsa di studio a quello studente squattrinato, ma con grandi qualità, che era Bill Clinton. Forse sarebbe il caso di provare anche noi ad incanalarci in questo tipo di soluzione. Infine, dato che – come esistono università e quindi lauree di diversa qualità – esistono anche esami di Stato di diversa qualità (lo sa bene l’ex ministro Gelmini, diventata avvocato in Calabria e non in Lombardia), il “peso” dell’università potrebbe diventare uno degli elementi da prendere in considerazione nella valutazione dei candidati ai concorsi pubblici e per l’accesso a certe professioni, insieme al voto di laurea conseguito e alla prova di ammissione/idoneità: il risultato sarà molto più veritiero andando ad incrociare questi tre parametri.

(Articolo pubblicato sul numero di maggio de “La Camapania giovane”)

Cliccando qui potete scaricare o semplicemente vedere il pdf del numero completo di maggio de “La Campania giovane” nella versione cartacea

Di seguito le immagini dell’articolo nella versione cartacea (se clicchi sulle immagini le vedrai ingrandite):

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