I soldi che diamo ai partiti e senza controlli

Il “finanziamento pubblico” in teoria non esiste più dal referendum del 1993, ma è stato ripristinato come “rimborso elettorale”. La proposta di riforma del PD è la risposta.

Le ultime vicende che hanno scosso il mondo della politica hanno riportato d’attualità il tema del finanziamento pubblico ai partiti politici. Si tratta del caso Lusi, accusato di aver sottratto 13 milioni di euro dalle casse della Margherita (partito di cui era tesoriere e che teoricamente non esiste più, ma che in pratica non è mai stato sciolto e quindi continua a percepire rimborsi elettorali), e della notizia delle indagini della procura di Roma su un presunto reato di malversazione nei confronti di chi gestì il patrimonio di Alleanza Nazionale (i conti non tornano specialmente per quanto riguarda le spese effettuate tra il 2009 e il 2011, pari a 26 milioni di euro, e che avrebbero in parte consumato il patrimonio del partito).

E pensare che tutto era nato allo scopo di scongiurare i tentativi di corruzione! Era il lontano 1974, anno nel quale una legge promossa dalla Democrazia Cristiana – e votata da tutti i partiti presenti in parlamento, PCI compreso, escluso il PLI – introdusse il “finanziamento pubblico”. La legge obbligava i partiti che ricevevano il denaro pubblico a dare conto delle donazioni ricevute in bilanci trasparenti e a non ricevere donazioni da strutture pubbliche, ma ben presto alcuni scandali ne misero molto in discussione l’efficacia. Fu così che nel 1978 un referendum per l’abolizione del finanziamento pubblico, proposto dai Radicali, raccolse il 97 per cento dei voti, ma il quorum non fu raggiunto. Nel 1993, dopo Tangentopoli, un nuovo referendum ottenne invece il quorum e, con il 90,3 per cento dei sì, il finanziamento pubblico ai partiti venne abrogato. Il risultato referendario però fu solo formalmente rispettato, il finanziamento pubblico venne infatti ripristinato sotto altre forme. Una vecchia legge sui rimborsi elettorali fu prima allargata e poi rimpiazzata nel 1999 da una nuova che, a cominciare dalle elezioni politiche del 2001, destina dei fondi a tutte le liste che superano l’uno per cento dei voti, per tutta la durata della legislatura. Nel 2006 la legge venne ulteriormente modificata con l’attribuzione del finanziamento per i cinque anni successivi al voto, anche se la legislatura dovesse finire prima. Un intervento normativo che può quindi determinare, paradossalmente, la sovrapposizione dei finanziamenti (cosa peraltro avvenuta: la legislatura iniziata nel 2006, quella con le elezioni vinte di pochissimo dal centrosinistra, finì nel 2008. I partiti che ottennero almeno l’uno per cento dei voti hanno continuato a percepire i “rimborsi” per tutto il 2011, e a quelli si sono sommati i “rimborsi” relativi alle elezioni politiche del 2008, quelle che hanno dato inizio alla legislatura in corso). E’ da evidenziare che l’assegnazione del denaro pubblico anche dopo la chiusura anticipata di una legislatura è assurda e priva di senso: se si tratta di “rimborsi” e non di “finanziamenti”, per quale motivo non si chiudono i rubinetti dei soldi pubblici quando i partiti non hanno più spese da coprire relative a quella tornata elettorale (essendosi questa, come detto, esaurita!) ? Poi c’è un’altra questione: Margherita ed Alleanza Nazionale in teoria si sono sciolte e, fondendosi rispettivamente con Democratici di Sinistra e Forza Italia, hanno dato vita a nuove formazioni politiche (Partito Democratico e Popolo delle Libertà), ma formalmente esistono ancora: non fanno più attività politica, sono diventate amministrativamente delle fondazioni – ma hanno sedi, uffici, dipendenti, patrimoni. E soldi appunto.

Ed ecco che – come certifica la Corte dei Conti – non solo dal 1993 ad oggi il finanziamento pubblico ai partiti è lievitato del 600%, ma i rimborsi sono almeno il triplo delle spese effettivamente sostenute dai partiti per le campagne elettorali. Ecco che in 14 anni, tra le politiche del marzo 1994 e quelle dell’aprile del 2008 le forze politiche italiane hanno incassato la bellezza di 2,25 miliardi di euro (di cui quasi un miliardo solo con le tornate elettorali del 2006 e del 2008). Di fronte a questi dati e con l’accresciuta sfiducia dei cittadini nei partiti e nelle istituzioni, il vento dell’antipolitica rischia però di travolgere tutto quello che trova sulla propria strada, finendo così per trasformare un giusto sentimento di indignazione in una furia cieca – che invece di dare un contributo a risolvere i problemi intorpidisce ancor di più le acque. In moti hanno invocato, infatti, l’abrogazione tout court della normativa sui “rimborsi elettorali”. Se si stabilisse dunque che non debba essere erogata in nessuna forma denaro pubblico, ai partiti resterebbero per sostenere le loro spese le quote versate dai propri iscritti e dai propri dirigenti (i parlamentari di norma versano parte del proprio stipendio) e le donazioni ricevute dalla società. In un siffatto scenario che si fa se, giusto per fare un esempio a caso, una o più persone ricchissime mettono le loro finanze a disposizione di un partito? Come si mette il sistema politico al riparo di quello che può accadere se un grande gruppo industriale o una lobby o anche un ente pubblico si mette a finanziare massicciamente uno più partiti per ottenere dei vantaggi? O, simile e inverso, se un partito non ha fondi e deve trovare il modo di ottenere contributi privati?

La risposta pertanto, come del resto ci suggeriscono le realtà delle altre democrazie occidentali, non può che essere nella trasparenza. Che si traduce in regole concrete quali l’obbligo di certificazione dei bilanci e il taglio ai rimborsi per chi non garantisce la democrazia interna. Il Partito democratico – dopo aver espulso Lusi dal gruppo parlamentare – ha presentato una sua proposta di legge. Un progetto legislativo per dare finalmente attuazione all’articolo 49 della Costituzione, trasformando i partiti in associazioni riconosciute dotate di personalità giuridica. Nella proposta di riforma targata PD ogni movimento politico dovrà pubblicare il proprio statuto in Gazzetta Ufficiale, pena la non partecipazione alle elezioni e la rinuncia ai contributi pubblici. Chi non adotterà nel proprio statuto le primarie in forma stabile si vedrà decurtare i rimborsi pubblici del 25 per cento. I rendiconti di esercizio saranno tutti certificati da un’apposita società di revisione (cosa che, peraltro, il PD fa già da tempo) e alla Corte dei Conti sarà affidato il loro controllo (se emergono irregolarità, è prevista la decurtazione dei rimborsi elettorali). Inoltre è prevista la riduzione a cinquemila euro della soglia oltre la quale i contributi erogati ai partiti sono soggetti a dichiarazione congiunta. Ed infine spazio alle nuove generazioni: il 5 per cento dei rimborsi elettorali sarà destinato alla formazione dei giovani in politica. Una riforma che sarebbe davvero epocale, che farebbe gridare: sì, finalmente trasparenza!

(Articolo pubblicato sul numero di marzo de “La Campania giovane”)

Cliccando qui potete scaricare o semplicemente vedere il pdf del numero completo di marzo de “La Campania giovane” nella versione cartacea

Di seguito le immagini dell’articolo nella versione cartacea (se clicchi sulle immagini le vedrai ingrandite):

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Pubblicato il 10 marzo 2012, in La Campania giovane con tag , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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