Archivio mensile:marzo 2012

La Campania e le quote rosa

Annullata la nomina di Amendolara per violazione del principio di “equilibrata presenza” di genere, Caldoro discute di un rimpasto e i “cosentiniani” lo attaccano.

Lo scorso novembre la Corte Costituzionale ha rigettato l’istanza della Regione Campania di sospendere la sentenza del Consiglio di Stato con la quale era stata annullata la nomina di Vito Amendolara ad assessore all’Agricoltura perché non sarebbe in linea con i principi della rappresentanza femminile. L’assessore, pertanto, non sarà reintegrato fintanto che la Consulta non deciderà nel merito della vicenda. La Corte ha affermato che l’annullamento della nomina «non determina alcuna interruzione o paralisi delle attività regionali e, dunque, non si ravvisa alcun concreto e attuale pregiudizio per le competenze regionali». In particolare, secondo la Consulta, «resta fermo il potere del Presidente della Giunta di modificare le deleghe attribuite agli assessori in carica», anche «trasferendo ad altro componente dell’esecutivo regionale o assumendo in prima persona le deleghe precedentemente conferite all’assessore la cui nomina è stata annullata». Infine chiarisce che «resta impregiudicato» il potere di Caldoro di nominare un nuovo assessore. Questo però è solo il più recente atto di una vicenda nata nella primavera del 2011, ma procediamo con ordine vedendo come si sono svolti i fatti e quali sono le ragioni della diatriba.

Una sola donna nella giunta regionale della Campania rappresenterebbe un’anomalia. Pertanto il Tar accoglie il ricorso presentato da Annarita Petrone ed annulla la nomina di Amendolara, subentrato a luglio al posto del dimissionario Sica, in attesa (dopo una richiesta di sospensiva) della pronuncia del Consiglio di Stato, a cui l’Ente di Santa Lucia aveva fatto appello. La tesi sostenuta dai giudici era che la Giunta regionale non ha rispettato il principio di “equilibrata presenza” di genere all’interno dell’esecutivo. Il tribunale amministrativo, conseguentemente, aveva deciso per l’annullamento della nomina perché si sarebbe trattata di un’occasione per riequilibrare la presenza femminile (oggi nel governo regionale c’è una sola donna, Caterina Miraglia, su 12 assessori; in Consiglio invece le donne sono 14 su 60 seggi). E dire che la questione delle quote rosa è già stata affrontata dalla Regione, che nel suo Statuto all’articolo 46 sancisce il – peraltro discutibile – principio di “equilibrata presenza” tra donne e uomini in Giunta. Il Tar, più specificamente, aveva ritenuto che annullare le nomine di tutto l’esecutivo sarebbe stato sproporzionato, rispetto all’interesse da tutelare, ed ha quindi optato per “liberare” un posto maschile da offrire invece a un assessore donna. Poi la palla è passata, come detto, al Consiglio di Stato, che ha confermato l’annullamento della nomina. La Regione Campania ha quindi sollevato un conflitto di attribuzione nei confronti del governo, chiedendo alla Corte Costituzionale di affermare che non spetta allo Stato, per il tramite di un organo giurisdizionale qual è il Consiglio di Stato, sindacare la legittimità di un atto regionale. Per Caldoro, dunque, la pronuncia del Consiglio di Stato sarebbe stata assunta in difetto assoluto di giurisdizione, dato che – ai sensi del comma 5 dell’articolo 122 della Costituzione – l’atto con cui il presidente della Giunta regionale nomina un assessore è di natura esclusivamente politica.

Ora si fanno sempre più insistenti le voci su un rimpasto nell’esecutivo ed arrivano strali di polemiche su Caldoro da quello che – almeno teoricamente – sarebbe per lui il “fuoco amico”. Risulterà arduo per l’ex ministro della Giustizia Francesco Nitto Palma, nominato direttamente da Berlusconi commissario straordinario (in seguito alle dimissioni di Cosentino da coordinatore regionale del PDL), riuscire a trovare un punto di mediazione in un partito sempre più dilaniato da lotte intestine. Intanto a Cosentino piace questa designazione: «Mi congratulo per la nomina appena formalizzata dell’amico e collega Nitto Palma al quale esprimo i miei più sinceri auguri di buon lavoro». La bagarre però si è scatenata al primo incontro organizzato dal neo-commissario, al quale hanno partecipato i consiglieri regionali e provinciali, ma soprattutto i parlamentari del fronte anti-Caldoro: dal subcommissario Mario Landolfi ad Amedeo Laboccetta (che ambisce al ruolo di neo segretario cittadino), da Enzo Nespoli (gravato dalle ombre di un processo per il quale il Senato lo ha salvato dall’arresto) ad Enzo D’Anna (strenuo difensore di Cosentino nella sede della giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera), fino a Pina Castiello (ormai vicina a Nespoli, cosentiniana della prima ora). D’Anna ha detto di Caldoro: «È un despota, decide senza confrontarsi, i consiglieri regionali non contano». La Castiello: «Di Bassolino non condividevo nulla, ma almeno lui un’idea della Regione ce l’aveva». Perfino Laboccetta a Palma: «Caldoro neanche risponde, fai una prova, ti do il mio cellulare…». Poi, la filippica contro il suo presunto “idillio” con de Magistris: «Gli ha dato perfino la solidarietà quando è stato rinviato a giudizio». Un affronto, per i garantisti (in senso cosentiniano) del PDL. Da parte sua, Nitto Palma – sempre in quella prima riunione – ha detto alludendo al rimpasto: «È strano che in Campania ci sia una giunta regionale così tecnica, non si capisce perché non ci siano politici». Osservazione che ha colto di sorpresa l’unico assessore regionale presente, Sergio Vetrella, al punto da spingerlo alla precisazione. «Io, per fare l’assessore con Caldoro, mi sono dimesso da senatore, altro che tecnico…». Attendiamo gli sviluppi, per ora l’unico miracolo fatto dal PDL campano è stato quello di avere iscritto al partito persone a loro insaputa (la procura sta indagando e ha disposto il sequestro di 26 mila tessere), tra cui gente di sinistra, minorenni (e troppo giovani per prendere la tessera) e persino 15 morti!

(Articolo pubblicato sul numero di marzo de “La Campania giovane”)

Cliccando qui potete scaricare o semplicemente vedere il pdf del numero completo di marzo de “La Campania giovane” nella versione cartacea

Di seguito le immagini dell’articolo nella versione cartacea (se clicchi sulle immagini le vedrai ingrandite):

Annunci

I soldi che diamo ai partiti e senza controlli

Il “finanziamento pubblico” in teoria non esiste più dal referendum del 1993, ma è stato ripristinato come “rimborso elettorale”. La proposta di riforma del PD è la risposta.

Le ultime vicende che hanno scosso il mondo della politica hanno riportato d’attualità il tema del finanziamento pubblico ai partiti politici. Si tratta del caso Lusi, accusato di aver sottratto 13 milioni di euro dalle casse della Margherita (partito di cui era tesoriere e che teoricamente non esiste più, ma che in pratica non è mai stato sciolto e quindi continua a percepire rimborsi elettorali), e della notizia delle indagini della procura di Roma su un presunto reato di malversazione nei confronti di chi gestì il patrimonio di Alleanza Nazionale (i conti non tornano specialmente per quanto riguarda le spese effettuate tra il 2009 e il 2011, pari a 26 milioni di euro, e che avrebbero in parte consumato il patrimonio del partito).

E pensare che tutto era nato allo scopo di scongiurare i tentativi di corruzione! Era il lontano 1974, anno nel quale una legge promossa dalla Democrazia Cristiana – e votata da tutti i partiti presenti in parlamento, PCI compreso, escluso il PLI – introdusse il “finanziamento pubblico”. La legge obbligava i partiti che ricevevano il denaro pubblico a dare conto delle donazioni ricevute in bilanci trasparenti e a non ricevere donazioni da strutture pubbliche, ma ben presto alcuni scandali ne misero molto in discussione l’efficacia. Fu così che nel 1978 un referendum per l’abolizione del finanziamento pubblico, proposto dai Radicali, raccolse il 97 per cento dei voti, ma il quorum non fu raggiunto. Nel 1993, dopo Tangentopoli, un nuovo referendum ottenne invece il quorum e, con il 90,3 per cento dei sì, il finanziamento pubblico ai partiti venne abrogato. Il risultato referendario però fu solo formalmente rispettato, il finanziamento pubblico venne infatti ripristinato sotto altre forme. Una vecchia legge sui rimborsi elettorali fu prima allargata e poi rimpiazzata nel 1999 da una nuova che, a cominciare dalle elezioni politiche del 2001, destina dei fondi a tutte le liste che superano l’uno per cento dei voti, per tutta la durata della legislatura. Nel 2006 la legge venne ulteriormente modificata con l’attribuzione del finanziamento per i cinque anni successivi al voto, anche se la legislatura dovesse finire prima. Un intervento normativo che può quindi determinare, paradossalmente, la sovrapposizione dei finanziamenti (cosa peraltro avvenuta: la legislatura iniziata nel 2006, quella con le elezioni vinte di pochissimo dal centrosinistra, finì nel 2008. I partiti che ottennero almeno l’uno per cento dei voti hanno continuato a percepire i “rimborsi” per tutto il 2011, e a quelli si sono sommati i “rimborsi” relativi alle elezioni politiche del 2008, quelle che hanno dato inizio alla legislatura in corso). E’ da evidenziare che l’assegnazione del denaro pubblico anche dopo la chiusura anticipata di una legislatura è assurda e priva di senso: se si tratta di “rimborsi” e non di “finanziamenti”, per quale motivo non si chiudono i rubinetti dei soldi pubblici quando i partiti non hanno più spese da coprire relative a quella tornata elettorale (essendosi questa, come detto, esaurita!) ? Poi c’è un’altra questione: Margherita ed Alleanza Nazionale in teoria si sono sciolte e, fondendosi rispettivamente con Democratici di Sinistra e Forza Italia, hanno dato vita a nuove formazioni politiche (Partito Democratico e Popolo delle Libertà), ma formalmente esistono ancora: non fanno più attività politica, sono diventate amministrativamente delle fondazioni – ma hanno sedi, uffici, dipendenti, patrimoni. E soldi appunto.

Ed ecco che – come certifica la Corte dei Conti – non solo dal 1993 ad oggi il finanziamento pubblico ai partiti è lievitato del 600%, ma i rimborsi sono almeno il triplo delle spese effettivamente sostenute dai partiti per le campagne elettorali. Ecco che in 14 anni, tra le politiche del marzo 1994 e quelle dell’aprile del 2008 le forze politiche italiane hanno incassato la bellezza di 2,25 miliardi di euro (di cui quasi un miliardo solo con le tornate elettorali del 2006 e del 2008). Di fronte a questi dati e con l’accresciuta sfiducia dei cittadini nei partiti e nelle istituzioni, il vento dell’antipolitica rischia però di travolgere tutto quello che trova sulla propria strada, finendo così per trasformare un giusto sentimento di indignazione in una furia cieca – che invece di dare un contributo a risolvere i problemi intorpidisce ancor di più le acque. In moti hanno invocato, infatti, l’abrogazione tout court della normativa sui “rimborsi elettorali”. Se si stabilisse dunque che non debba essere erogata in nessuna forma denaro pubblico, ai partiti resterebbero per sostenere le loro spese le quote versate dai propri iscritti e dai propri dirigenti (i parlamentari di norma versano parte del proprio stipendio) e le donazioni ricevute dalla società. In un siffatto scenario che si fa se, giusto per fare un esempio a caso, una o più persone ricchissime mettono le loro finanze a disposizione di un partito? Come si mette il sistema politico al riparo di quello che può accadere se un grande gruppo industriale o una lobby o anche un ente pubblico si mette a finanziare massicciamente uno più partiti per ottenere dei vantaggi? O, simile e inverso, se un partito non ha fondi e deve trovare il modo di ottenere contributi privati?

La risposta pertanto, come del resto ci suggeriscono le realtà delle altre democrazie occidentali, non può che essere nella trasparenza. Che si traduce in regole concrete quali l’obbligo di certificazione dei bilanci e il taglio ai rimborsi per chi non garantisce la democrazia interna. Il Partito democratico – dopo aver espulso Lusi dal gruppo parlamentare – ha presentato una sua proposta di legge. Un progetto legislativo per dare finalmente attuazione all’articolo 49 della Costituzione, trasformando i partiti in associazioni riconosciute dotate di personalità giuridica. Nella proposta di riforma targata PD ogni movimento politico dovrà pubblicare il proprio statuto in Gazzetta Ufficiale, pena la non partecipazione alle elezioni e la rinuncia ai contributi pubblici. Chi non adotterà nel proprio statuto le primarie in forma stabile si vedrà decurtare i rimborsi pubblici del 25 per cento. I rendiconti di esercizio saranno tutti certificati da un’apposita società di revisione (cosa che, peraltro, il PD fa già da tempo) e alla Corte dei Conti sarà affidato il loro controllo (se emergono irregolarità, è prevista la decurtazione dei rimborsi elettorali). Inoltre è prevista la riduzione a cinquemila euro della soglia oltre la quale i contributi erogati ai partiti sono soggetti a dichiarazione congiunta. Ed infine spazio alle nuove generazioni: il 5 per cento dei rimborsi elettorali sarà destinato alla formazione dei giovani in politica. Una riforma che sarebbe davvero epocale, che farebbe gridare: sì, finalmente trasparenza!

(Articolo pubblicato sul numero di marzo de “La Campania giovane”)

Cliccando qui potete scaricare o semplicemente vedere il pdf del numero completo di marzo de “La Campania giovane” nella versione cartacea

Di seguito le immagini dell’articolo nella versione cartacea (se clicchi sulle immagini le vedrai ingrandite):

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: