La Camera dice «no» all’arresto di Cosentino, l’art.68 della Costituzione è da riformare?

Il deputato e (ora ex) coordinatore del PDL Nicola Cosentino non andrà in carcere, come avevano chiesto i magistrati di Napoli. La decisione è stata presa con voto “segreto”, chiesto dal gruppo del PDL. L’Aula di Montecitorio ha negato l’arresto con undici voti di scarto: contro l’arresto si sono espressi 309 deputati, a favore 298. Nessuno si è astenuto. Il leader della Lega Umberto Bossi non ha partecipato al voto sull’arresto per Cosentino. In tutto, in base ai tabulati, sono stati 18 i deputati che non hanno votato (8 Pdl, 2 Pd, 2 Lega, 1 Udc).

Decisiva – oltre ai 6 voti dei radicali – è stata la Lega Nord: dopo che aveva votato a favore dell’arresto in giunta per le autorizzazioni, il leader Umberto Bossi ha promesso «libertà di coscienza» nell’Aula di Montecitorio. «La storia della Lega non è mai stata forcaiola», ha detto Bossi. Maroni si è detto «deluso» ed è stato attaccato da Reguzzoni, che lo faceva ancora in qualità di capogruppo della Lega alla Camera. Ma nella storia della Lega Nord c’è la battaglia per l’abolizione dell’autorizzazione a procedere per i parlamentari: era il 1993 e la Prima Repubblica era alle prese con Tangentopoli. Alla Camera si discuteva della modifica dell’art. 68 della Costituzione e Umberto Bossi, nel giorno dell’approvazione della legge, disse: «Per la Lega nord vale il dogma giuridico che la legge è uguale per tutti». Sull’immunità per l’arresto, quella su cui si è discusso a proposito di Cosentino, Bossi diceva: «Siamo al colmo dell’illegittimità!». Il comportamento di Luca Paolini, comunque, costituisce una rappresentazione plastica di questo nuovo atteggiamento assunto: prima ha votato per l’arresto in giunta, poi ha manifestato perplessità. Nel suo intervento è arrivato ad associare l’ex sottosegretario a Strauss Khan ed Enzo Tortora, «vittime di errori giudiziari», strappando l’applauso del PDL.

Cosentino dunque salva la pelle e va da Berlusconi per annunciare l’abbandono del ruolo di coordinatore regionale del PDL campano. Il tutto mentre viene fuori un’altra vicenda che riguarda l’acquisto a prezzi stracciati di una casa. Secondo un’inchiesta di Piazzapulita (la trasmissione di Corrado Formigli su La7), infatti, il deputato campano del PDL «nel 2004 acquistò da Propaganda Fide, fino al 2006 guidata dal cardinale di Napoli Crescenzio Sepe, una casa in Via Monte Zebio, nel quartiere Prati di Roma. Un magnifico appartamento al sesto piano composto di 7 vani e mezzo e pagato 630 mila euro, poco più della metà del valore di mercato, di cui risulta intestataria Maria Costanza Esposito, moglie dell’onorevole Cosentino, e tuttora pagata con un mutuo intestato a entrambi i coniugi».

Alfonso Papa, che invece aveva visto la Camera dire «sì» all’arresto, era presente al voto. Pochi giorni prima il deputato azzurro, coinvolto nell’inchiesta sulla p4, era stato espulso dall’Associazione nazionale dei magistrati. Lo ha deciso il comitato direttivo che ha accolto la proposta avanzata dal collegio dei probiviri lo scorso settembre. E’ la prima volta che l’Anm prende una decisione così drastica, e non ci sono altri precedenti di espulsione motivata dal “discredito” gettato sull’ordine giudiziario a causa dei comportamenti per i quali Papa è sotto processo a Napoli. Ebbene, fresco di questo primato poco lusinghiero (giusto per usare un eufemismo), è andato ad abbracciare Cosentino e dopo il voto ha dichiarato festante: «Oggi è stata scritta una pagina nobile del Parlamento».

Decisamente diversa è stata la reazione del compagno di partito Caldoro, che non ha chiamato Nicola Cosentino. Neanche dopo la votazione alla Camera sulla richiesta di arresto avanzata dalla magistratura napoletana nei confronti del dimissionario coordinatore regionale del PDL, accusato di essere il «referente nazionale del clan dei casalesi». Del resto, Cosentino è stato rinviato a giudizio, nei giorni scorsi, nell’ambito dell’inchiesta sul dossieraggio organizzato contro lo stesso Caldoro in occasione dell’ultima campagna elettorale regionale.

I casi Papa, Tedesco e Cosentino, comunque, fanno tornare di attualità il tema della riforma dell’art.68 della Costituzione, che affida la decisione sull’autorizzazione all’arresto ad un atto squisitamente politico di una maggioranza parlamentare. In tal modo, paradossalmente, un istituto immaginato per impedire l’uso politico della giustizia si è rovesciato nel suo contrario, la sistematica politicizzazione della giurisdizione sui parlamentari. Giorgio Tonini, senatore del PD, ha così proposto di «affidare sia l’autorizzazione prevista dall’articolo 68, sia i procedimenti disciplinari contemplati dall’articolo 105, ad un organo terzo, collocato presso la Corte costituzionale, composto ad esempio dagli ultimi tre presidenti della Corte stessa, provenienti rispettivamente dai giudici nominati dal presidente della Repubblica, da quelli eletti dal Parlamento e da quelli scelti dalle magistrature. Un organo siffatto (o di analoga composizione e natura) avrebbe il pregio di spoliticizzare l’amministrazione delle garanzie costituzionali a tutela dei parlamentari e di rendere più penetrante la vigilanza disciplinare sulla magistratura». Un partito maturo e che aspira ad andare al governo deve sviluppare una proposta seria di riforma, i democratici sono chiamati ad agire su questo fronte per respingere con forza il sempre più dilagante e strisciante pensiero del “son tutti uguali”.

(Articolo pubblicato sul numero di febbraio de “La Campania giovane”)

Cliccando qui potete scaricare o semplicemente vedere il pdf del numero completo di febbraio de “La Campania giovane” nella versione cartacea

Di seguito le immagini dell’articolo nella versione cartacea (se clicchi sulle immagini le vedrai ingrandite):

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Pubblicato il 12 febbraio 2012, in La Campania giovane con tag , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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