Archivio mensile:febbraio 2012

Lega, un partito nordcoreano?

Bossi-Maroni: uniti nel no a Monti, divisi sul futuro.

Ma quali idee?

Era cominciato tutto così: un capo-padre padrone vecchio e malato, manovrato e tenuto politicamente in vita da una masnada di cortigiani, gestisce il partito alla stregua di un dittatore, vietando al leader dell’opposizione interna di prendere parte ad iniziative politiche. Insomma gli nega il diritto di parola, in quanto voce dissenziente. Intanto il figlio del leader maximo di cui sopra viene evocato, nientedimeno, come possibile futuro erede del potere assoluto paterno. Attenzione gentile lettore, il presente articolo non parla della Corea del Nord, di Kim Jong-il e del “grande successore” (il suo secondo genito, Kim Jong-un).

Maroni però replica senza esitazioni e sul suo profilo facebook parte all’attacco: «Mi hanno appena chiamato per comunicarmi che la segreteria nazionale ha deciso di impedirmi di tenere gli incontri pubblici già programmati in tutta la Lombardia. Non so perché, nessuno me l’ha spiegato, sono stupefatto, mi viene da vomitare. Qualcuno vuole cacciarmi dalla Lega, ma io non mollo!». Molti i militanti a sostenerlo e Bossi decide di ritirare il “divieto”. Qualche giorno dopo si tiene uno dei convegni che erano stati fissati, al teatro Santuccio di Varese. Maroni raduna le sue truppe e invita Bossi – presente sul palco – a «cacciare chi lo vuole cacciare»: 2mila “camice verdi” accorse urlano «Reguzzoni fuori dai coglioni» e chiedono a gran voce anche di rompere per sempre con Berlusconi. Poi va in scena lo psicodramma sull’autorizzazione all’arresto di Cosentino e a stretto giro arrivano le dimissioni proprio di Reguzzoni dal ruolo di Capogruppo alla Camera.

Il quadro si completa con una manifestazione a Milano con un bagno di folla per Bossi, che però riceve anche una bordata di fischi per il mancato comizio di Maroni. E, pure tra parole di unità continuamente ribadite, non c’è nemmeno una stretta di mano tra l’ex ministro dell’Interno e l’ex capogruppo. Bossi prende la parola e si scaglia, con la consueta pacatezza, contro il governo «infame»: «Stai attento Monti, o ti vengono a prendere a casa.. fuori dai coglioni». Poi ammonisce il Cavaliere: «A Berlusconi do un suggerimento, la Lega ti chiede di far cadere questo governo infame o non riuscirà a tenere in piedi il governo della Lombardia, dove ne stanno arrestando uno al giorno.. non tenere il piede in due scarpe, non ci piace chi lo fa».

Il modello carismatico di massa – su cui il partito si è retto fin dalle origini – vacilla, risulta sempre più inattuale ed inadeguato. Il leader storico, Umberto Bossi, stenta ormai a suscitare passione e identificazione personale. La sua malattia gli rende più difficile comunicare, tanto più controllare l’organizzazione del partito. Il suo carisma non è più indiscusso né indiscutibile, come un tempo. La sua dipendenza dalla cerchia di politici e familiari che lo circonda appare evidente. E questo ne indebolisce l’immagine. D”altro canto, però, è difficile anche per Maroni subentrare a Bossi, senza l’assenso di quest’ultimo – o, peggio, contro di lui: 9 sostenitori su 10 di Maroni nutrono fiducia nel Senatur. Una conferma di quello che ha osservato recentemente Gad Lerner, ossia che sono di due figure non alternative e competitive, ma complementari: Bossi, la maschera “populista”, interpreta la parte del partner fedele e leale di Berlusconi verso cui è cresciuta l’insofferenza dei militanti; Maroni, il volto “governativo”, recita invece la parte della Lega “di opposizione” e “di lotta”. Ma, al di là della questione di chi comanda, c’è della sostanza politica in tutta questa faccenda o è una mera lotta di potere? Distinzioni a livello di contenuti per la verità non se ne sono viste finora. Ed ecco che ad emergere è l’idea di una Lega con Bossi presidente e con Maroni segretario, senza il cerchio magico. Non diverse idee dell’Italia o, che so, della Padania.

(Articolo pubblicato sul numero di febbraio de “La Campania giovane”)

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La Camera dice «no» all’arresto di Cosentino, l’art.68 della Costituzione è da riformare?

Il deputato e (ora ex) coordinatore del PDL Nicola Cosentino non andrà in carcere, come avevano chiesto i magistrati di Napoli. La decisione è stata presa con voto “segreto”, chiesto dal gruppo del PDL. L’Aula di Montecitorio ha negato l’arresto con undici voti di scarto: contro l’arresto si sono espressi 309 deputati, a favore 298. Nessuno si è astenuto. Il leader della Lega Umberto Bossi non ha partecipato al voto sull’arresto per Cosentino. In tutto, in base ai tabulati, sono stati 18 i deputati che non hanno votato (8 Pdl, 2 Pd, 2 Lega, 1 Udc).

Decisiva – oltre ai 6 voti dei radicali – è stata la Lega Nord: dopo che aveva votato a favore dell’arresto in giunta per le autorizzazioni, il leader Umberto Bossi ha promesso «libertà di coscienza» nell’Aula di Montecitorio. «La storia della Lega non è mai stata forcaiola», ha detto Bossi. Maroni si è detto «deluso» ed è stato attaccato da Reguzzoni, che lo faceva ancora in qualità di capogruppo della Lega alla Camera. Ma nella storia della Lega Nord c’è la battaglia per l’abolizione dell’autorizzazione a procedere per i parlamentari: era il 1993 e la Prima Repubblica era alle prese con Tangentopoli. Alla Camera si discuteva della modifica dell’art. 68 della Costituzione e Umberto Bossi, nel giorno dell’approvazione della legge, disse: «Per la Lega nord vale il dogma giuridico che la legge è uguale per tutti». Sull’immunità per l’arresto, quella su cui si è discusso a proposito di Cosentino, Bossi diceva: «Siamo al colmo dell’illegittimità!». Il comportamento di Luca Paolini, comunque, costituisce una rappresentazione plastica di questo nuovo atteggiamento assunto: prima ha votato per l’arresto in giunta, poi ha manifestato perplessità. Nel suo intervento è arrivato ad associare l’ex sottosegretario a Strauss Khan ed Enzo Tortora, «vittime di errori giudiziari», strappando l’applauso del PDL.

Cosentino dunque salva la pelle e va da Berlusconi per annunciare l’abbandono del ruolo di coordinatore regionale del PDL campano. Il tutto mentre viene fuori un’altra vicenda che riguarda l’acquisto a prezzi stracciati di una casa. Secondo un’inchiesta di Piazzapulita (la trasmissione di Corrado Formigli su La7), infatti, il deputato campano del PDL «nel 2004 acquistò da Propaganda Fide, fino al 2006 guidata dal cardinale di Napoli Crescenzio Sepe, una casa in Via Monte Zebio, nel quartiere Prati di Roma. Un magnifico appartamento al sesto piano composto di 7 vani e mezzo e pagato 630 mila euro, poco più della metà del valore di mercato, di cui risulta intestataria Maria Costanza Esposito, moglie dell’onorevole Cosentino, e tuttora pagata con un mutuo intestato a entrambi i coniugi».

Alfonso Papa, che invece aveva visto la Camera dire «sì» all’arresto, era presente al voto. Pochi giorni prima il deputato azzurro, coinvolto nell’inchiesta sulla p4, era stato espulso dall’Associazione nazionale dei magistrati. Lo ha deciso il comitato direttivo che ha accolto la proposta avanzata dal collegio dei probiviri lo scorso settembre. E’ la prima volta che l’Anm prende una decisione così drastica, e non ci sono altri precedenti di espulsione motivata dal “discredito” gettato sull’ordine giudiziario a causa dei comportamenti per i quali Papa è sotto processo a Napoli. Ebbene, fresco di questo primato poco lusinghiero (giusto per usare un eufemismo), è andato ad abbracciare Cosentino e dopo il voto ha dichiarato festante: «Oggi è stata scritta una pagina nobile del Parlamento».

Decisamente diversa è stata la reazione del compagno di partito Caldoro, che non ha chiamato Nicola Cosentino. Neanche dopo la votazione alla Camera sulla richiesta di arresto avanzata dalla magistratura napoletana nei confronti del dimissionario coordinatore regionale del PDL, accusato di essere il «referente nazionale del clan dei casalesi». Del resto, Cosentino è stato rinviato a giudizio, nei giorni scorsi, nell’ambito dell’inchiesta sul dossieraggio organizzato contro lo stesso Caldoro in occasione dell’ultima campagna elettorale regionale.

I casi Papa, Tedesco e Cosentino, comunque, fanno tornare di attualità il tema della riforma dell’art.68 della Costituzione, che affida la decisione sull’autorizzazione all’arresto ad un atto squisitamente politico di una maggioranza parlamentare. In tal modo, paradossalmente, un istituto immaginato per impedire l’uso politico della giustizia si è rovesciato nel suo contrario, la sistematica politicizzazione della giurisdizione sui parlamentari. Giorgio Tonini, senatore del PD, ha così proposto di «affidare sia l’autorizzazione prevista dall’articolo 68, sia i procedimenti disciplinari contemplati dall’articolo 105, ad un organo terzo, collocato presso la Corte costituzionale, composto ad esempio dagli ultimi tre presidenti della Corte stessa, provenienti rispettivamente dai giudici nominati dal presidente della Repubblica, da quelli eletti dal Parlamento e da quelli scelti dalle magistrature. Un organo siffatto (o di analoga composizione e natura) avrebbe il pregio di spoliticizzare l’amministrazione delle garanzie costituzionali a tutela dei parlamentari e di rendere più penetrante la vigilanza disciplinare sulla magistratura». Un partito maturo e che aspira ad andare al governo deve sviluppare una proposta seria di riforma, i democratici sono chiamati ad agire su questo fronte per respingere con forza il sempre più dilagante e strisciante pensiero del “son tutti uguali”.

(Articolo pubblicato sul numero di febbraio de “La Campania giovane”)

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