Archivio mensile:ottobre 2011

Primarie e doparie, vi dico la mia

Ieri sera avevo postato sul profilo facebook di “Doparie Dopoleprimarie” (tale denominazione è dovuta a questo libro di Raffaele Calabretta..) questo articolo, scritto per il numero di ottobre de “La Campania giovane.“, sul ricambio generazionale in politica. In esso avevo, tra le altre cose, abbozzato una riflessione sull’importanza che riveste l’istituto delle primerie nel processo di rinnovamento della classe dirigente di questo Paese.

Ebbene, il commento al mio post è stato il seguente:

Nel tuo articolo mancano le doparie : ) A parte le battute, l’aspetto debole delle primarie è che focalizzano l’attenzione sulle persone, per di più in una società in cui c’è un’eccessiva personalizzazione della politica. Ci vogliono per questo anche le doparie, che spingono a dibattere sulle idee e fanno emergere, si spera, quelle che lo meritano. Sei d’accordo?

Chi non sapesse cosa siano le “doparie” può chiarirsi le idee qui e qui.

Concordo sull’affermazione di principio, ma con delle riserve e delle specificazioni da fare.

Rimando all’articolo, scritto circa un anno fa per “Termometro Poitico”, Scelte “primarie”: ridare centralità alle idee andando oltre il leaderismo: allora mi ero dichiarato favoreole a delle primarie di coalizione per decidere il candidato del centro-sinistra alle prossime elezioni, auspicando – come si evince chiaramente dal titolo – che queste siano una battaglia di idee e non una lotta intestina tra questo e quell’altro leader.

Le primarie per selezionare i candidati per il Parlamento, invece, sarebbero positive soprattutto se si riuscisse ad approvare una legge elettorale in senso maggioritario e uninominale, cosa tuttavia difficilmente praticabile.

Quanto alla questione delle c.d. “doparie” sarei cauto: mi pare ingenuo pensare di affidare tutto alla scelta degli elettori, si rischia di sfociare nel populismo di chi è maestro della strumentalizzazione, di chi meschinamente si nasconde dietro la “volontà del popolo sovrano”. Nel popolo non c’è il meglio, c’è semplicemente il tutto; è per questo che spesso hanno la meglio gli istinti belluini, la folla viene da sempre attirata con maggiore facilità da chi sa parlare alla “pancia” delle persone. E’ quindi utopico pensare che in questo modo si compiano necessariamente scelte giuste per la mera circostanza che sono state prese in modo trasparente e dando voce direttamente a chi elegge i suoi i rappresentanti. Per essere vero questo vi dovrebbe essere una società perfetta, nella quale ogni cittadino sia consapevole, conosca quantomeno i principi cardine sanciti nella nostra Costituzione, ma è evidente che non è così e che è impossibile raggiungere questo modello ideale: ciò che si può fare è solo cercare di innalzare quanto più possibile il livello medio di cultura civica di una nazione.

Parlerei delle doparie come metodo e non come dogma, in quanto più riusciamo a coinvolgere e più saremo credibili. Ritengo che la doparia può funzionare se concepita come una consultazione diffusa che cerca di rovesciare le problematiche dello schema referendario in positivo, costringendo alla discussione e all’approfondimento.

Bisogna essere consci del fatto che né le primarie né le doparie in quanto tali sono la panacea, la soluzione ad ogni male atavico della politica. A noi servono consultazioni vere, nelle quali siano chiamati a pronunciarsi cittadini sempre più consapevoli ed informati.

 

Doparie Press (blog Ufficio Stampa Doparie) ha risposto così a questo post.

Largo ai giovani!

La questione generazionale investe anche la politica

Così come nel mondo del calcio capita che si scateni il putiferio quando gli allenatori tentano per la prima volta di mettere da parte i giocatori più esperti – e inevitabilmente più usurati – per sostituirli con quelli più giovani – e inevitabilmente meno logorati -, allo stesso modo nella politica succede che a un certo punto della storia arriva un momento in cui i volti più esperti e i leader più rodati si sentano improvvisamente, clamorosamente e drammaticamente minacciati da tutti i più o meno fenomenali ragazzacci delle nuove generazioni che a poco a poco si fa spazio tra i vivai, le giovanili e le primavere dei vari partiti politici.

Per chi non l’avesse capito, stiamo parlando del “ricambio generazionale”. Un processo che assume di volta in volta una diversa denominazione a seconda del particolare angolo visuale dal quale lo si guarda. Taluni, infatti, con eleganza e un qualche sentimento di riverenza verso chi “lascia il posto”, discorrono solitamente di “rotazione” o magari di “sostituzione”; talaltri , con minor senso diplomatico e maggiore intraprendenza, preferiscono invece adottare una terminologia più spietata e sprezzante, tipo “rottamazione”. Una questione che non può non essere centrale nel dibattito pubblico in un Paese come il nostro, dove gli under40 sono 18 milioni di elettori. Una nutrita fascia sociale che deve in una qualche misura conquistarsi, con il voto, il consenso, la democrazia, l’accesso alle posizioni della politica. Deve agire per costruire il suo futuro, in una sola espressione: diventare classe dirigente.

Un ruolo fondamentale ce l’ha indubbiamente la politica, lo riveste la classe politica nel suo complesso tramite i meccanismi con i quali si rinnova. E nello scenario politico italiano uno spazio rilevante se lo sta ritagliando l’istituto delle primarie. Ad introdurlo in Casa nostra è stato il PD, un partito che spesso seleziona i candidati, sceglie persino il suo Segretario con le primarie. Si tratta di uno strumento che non solo “produce” la candidatura per una specifica carica elettiva, offre anche opportunità di partecipazione “decisiva”, crea mobilitazione, diffonde informazioni, imprime slancio alla campagna elettorale successiva. Da questa prospettiva un mezzo contro l’immobilismo e il carrierismo – e, qualche volta, anche il cinismo – di chi si arrocca nel disperato tentativo di difendere con le unghie e con i denti rendite di posizione acquisite.

Si badi però che le primarie non sono la manna dal cielo, non possono essere invocate – come talvolta accade – come il magico elisir salvifico che, d’incanto, risolve ogni problema. C’è da battersi per avere una legge elettorale che possa dirsi degna della democrazia che diciamo di essere e perché vi sia vera partecipazione democratica nei partiti. C’è da respingere l’aiutino delle quote rosa, che rende le donne automaticamente ancelle di chi quelle quote gliele avrà graziosamente concesse. C’è da rifulgere il giovanilismo, l’idea che l’età sia di per sé sinonimo di cambiamento. Last but not least c’è da vincere la battaglia della “meritocrazia”, questa sconosciuta. Ebbene sì, una delle parole più abusate e svilite dei nostri tempi. E’ vitale ridarle senso.

(Articolo pubblicato sul numero di ottobre de “La Camapania giovane”)

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Di seguito le immagini dell’articolo nella versione cartacea (se clicchi sulle immagini le vedrai ingrandite):

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