Referendum: voterò 3 si e 1 no

Questo per me sarà il secondo voto ad un referendum abrogativo. La mia “prima volta” era stata  il referendum del 21 e 22 giugno 2009 sulla riforma della legge elettorale, meglio nota come “Porcellum” (dalla definizione del suo stesso autore, Calderoli). Allora la scelta fu certamente più egevole di quella odierna. Vi erano 3 quesiti:

  • primo: “Camera dei deputati – Abrogazione della possibilità di collegamento tra liste e di attribuzione del premio di maggioranza ad una coalizione di liste”;
  • secondo: “Senato della repubblica – Abrogazione della possibilità di collegamento tra liste e di attribuzione del premio di maggioranza ad una coalizione di liste”;
  • terzo: “Camera dei deputati – Abrogazione della possibilità per uno stesso candidato di presentare la propria candidatura in più di una circoscrizione”.

Votai convintamente “no” ai primi due e “si” al terzo. Ci fu un’affluenza del 23,49 %,, la più bassa dei 24 referendum abrogativi che si sono tenuti negli ultimi quindici anni.

Ma torniamo all’oggi. La consultazione referendaria si svolgerà il 12 e il 13 giugno e saremo chiamati a pronunciarci (“noi” italiani) su questi 4 quesiti:

  • (ACQUA) primo: “Modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica” chiede l’abrogazione dell’articolo 23-bis della legge 133/2008 così come modificato dalla legge Ronchi;
  • (ACQUA) secondo: “Determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito. Abrogazione parziale di norma” chiede l’abrogazione dell’articolo 154 del decreto legislativo 152/2006;
  • (NUCLEARE) terzo: “Volete che siano abrogati i commi 1 e 8 dell’art. 5 del dl 31/03/2011 n. 34 convertito con modificazioni dalla legge 26/05/2011 n. 75?” cioè la cassazione ha spostato il quesito sul decreto Omnibus con il quale il governo intendeva far saltare il referendum, determinando per la verità un mezzo “pasticcio giuridico”;
  • (LEGITTIMO IMPEDIMENTO) quarto: “Abrogazione di norme della legge 7 aprile 2010, n. 51, in materia di legittimo impedimento del Presidente del Consiglio dei Ministri e dei Ministri a comparire in udienza penale, quale risultante a seguito della sentenza n. 23 del 2011 della Corte Costituzionale”.

AVVISO AI LETTORI DI QUESTO BLOG: Non vi è chiara la formulazione dei quesiti? Non avete capito bene PER COSA avete il diritto-dovere di votare e quali saranno le conseguenze ove a prevalere sia il “si” oppure il “no”? Allora vi esorto a leggere questa guida (a mio avviso è la migliore) che spiega ogni cosa, punto per punto, in modo argomentato (ma conciso) e puntuale.

Avete comunque le idee confuse sui due quesiti sull’acqua? Allora vi consiglio di leggere questa guida e la sua continuazione (risposta ai commenti).

Ora sapete che:

  1. L’acqua è e rimane completamente un bene pubblico, prima del decreto Ronchi, dopo il decreto Ronchi e dopo il referendum, qualunque sarà il suo risultato. In base alla legge rimangono pubbliche non solo le “riserve idriche”, ma anche le “infrastrutture” impiegate dai servizi idrici, che costituiscono demanio dei comuni.
  2. La campagna referendaria ha profuso una grande quantità di inesattezze e forzature, che ormai hanno dato vita nella mente delle persone a un mostro virtuale. Alla gente che va a votare si sta facendo credere che il voto è “contro la privatizzazione” e “contro l’ingiusto profitto”.

Mi dispiace per chi in buona fede lo ha creduto e tuttora lo crede, ma purtroppo (o  per fortuna) non è così.

Naturalmente ognuno è libero di avere la posizione che vuole, ma l’importante è che la propria scelta sia consapevole, che – ribadisco – si sappia PER COSA SI VOTA.

Ora posso passare ad enunciarvi le

MOTIVAZIONI DEI MIEI 3 “SI” E 1 “NO”

SI al primo quesito

La norma che si chiede di abrogare non riguarda la privatizzazione dell’acqua (o del servizio idrico), bensì l’obbligo di gara. Il vuoto creato da questa abrogazione sarebbe colmato da normative europee che NON ESCLUDONO AFFATTO I PRIVATI e anzi mi sembra realizzino un sistema più equo e liberale. Se vincerà il “no”, NON CI SARA’ NESSUN OBBLIGO DI PRIVATIZZAZIONE, perché la legge non prevede quello. Se invece vincerà il “sì”, NON CI SARA’ NESSUN DIVIETO DI COINVOLGERE I PRIVATI, perché nella norma che riprenderebbe vita la gestione dei servizi a rilevanza economica può essere effettuata mediante società pubblica, concessione a privati o società mista, come infatti è stato finora. Perciò qualunque sarà il risultato dei referendum l’acqua resterà pubblica e i privati potranno ottenere – come già avviene – la gestione dei servizi idrici (ma non solo, anche trasporti, rifiuti ecc.).

Il mio “sì” è per non obbligare i Comuni a rivolgersi al mercato. Io vorrei che decidessero gli enti locali il come e il quando, mentre il decreto Ronchi indica delle scadenze precise. Non “obbligo” dunque, ma “possibilità”.

Per me la questione è come garantire la trasparenza delle gare ad evidenza pubblica e di come controllare che l’attività di gestione del servizio mantenga certi standard di qualità.

Il decreto Ronchi invece obbliga l’indizione delle gare in tempi ravvicinati in un settore, quello idrico, ancora caratterizzato da un quadro di regole indefinite e dall’assenza di un’autorità di regolamentazione che possa fare da contraltare ai gestori. La legge che col referendum si potrebbe abrogare richiede che la scelta dell’affidamento “in house” vada motivata e trasmessa con una relazione all’Antitrust e all’autorità di settore (se esiste) che devono esprimere un parere (purtroppo non vincolante).

NO al secondo quesito

In caso di vittoria dei “sì” verrà di fatto impedito ai privati di impegnarsi nel settore idrico.

Attualmente il “metodo normalizzato” per il calcolo della tariffa idrica prevede che il costo del capitale da imputare alla tariffa sia calcolato in modo forfetario al 7 per cento del valore del capitale investito: questa scelta è arbitraria e discutibile. Quel 7 per cento non è “profitto”, ma ingloba in sé gli interessi passivi sui finanziamenti che l’azienda riceve dal mercato, e copre in parte il rischio di impresa. Viene riconosciuto a tutte le gestioni e non solo a quelle private. È vero che il valore del 7 per cento, fissato arbitrariamente nel 1996, quando ancora c’era la lira, rappresenta un valore ormai privo di qualsiasi riferimento con il “vero” costo del capitale che le gestioni sostengono. Sarebbe preferibile un sistema che vincola la ricarica in bolletta per un valore pari all’inflazione, quindi variabile di anno in anno. La logica dovrebbe essere ti garantisco il potere d’acquisto del capitale investito, ma ti proibisco profitti extra. Si potrebbe legare il profitto agli investimenti, come oggi non è. Ma, come è evidente, queste sono cose che si cambiano con una nuova legge, non con l’abrogazione tout court della remunerazione.

Peraltro l’alternativa che uscirebbe dal referendum è che non si possono includere i costi di remunerazione in bolletta, costi che però esistono e che qualunque azienda sana tiene in conto. Se l’azienda di gestione non potesse più recuperarli in bolletta, chi li dovrebbe sostenere? Evidentemente la fiscalità generale, cioè noi cittadini. Ma con questo il nostro contributo sarebbe meno trasparente, in barba alle raccomandazione dell’UE che dice che i meccanismi di finanziamento delle aziende locali di interesse economico devono essere assolutamente chiari e interamente inclusi in bolletta.

Quello che dovrebbe essere evitato insomma (ma non serviva certo il referendum per ribadirlo) è che la tariffa contenga “extraprofitti”, ossia remunerazioni eccessive rispetto al costo-opportunità del capitale e al premio per il rischio.

La gestione così com’è, cioè in house per oltre il 90 per cento dei comuni, fa davvero pena: per la qualità del servizio, per la totale mancanza di accountability, per il fatto che il controllore e il controllato sono lo stesso soggetto. Servono investimenti e non sempre il pubblico può garantirli. Io non dico che possa farlo solo il privato. Io dico, come fino a qualche mese fa dicevano anche Bersani e Di Pietro, che serve concorrenza e serve accountability: facciamo delle gare, come vuole l’Unione Europea e come si fa nei paesi occidentali. Si fissino degli standard da rispettare, nelle tariffe e negli investimenti. Si scelga il migliore tra soggetti pubblici, privati e misti. Il controllo resti nelle mani dei soggetti pubblici. Certo, non si può usare lo stesso modello dappertutto: proprio per questo voto “si” al primo quesito e “no” al secondo. Perché ci sono posti in cui possono funzionare meglio i privati, altrove le società miste o a maggioranza pubblica.

SI al terzo quesito

Per via dell’intervento della Cassazione questo quesito non ha più niente a che fare con l’energia nucleare. Bisognerà parlare anche di questo, a un certo punto: del fatto che in questo Paese è possibile riscrivere e stravolgere i quesiti referendari a due settimane dal voto, anzi, a voto in corso (gli italiani all’estero infatti hanno votato il quesito nella formulazione precedente, quindi non si sa se il loro voto sia valido e più in generale cosa si debba fare … siamo in Assurdistan). Non mi soffermo ulteriormente sulla questione, ma i risvolti giuridici sono davvero contraddittori. Però ritengo che in tale quesito sia prevalente il valore simbolico e di indirizzo politico rispetto al dato strettamente giuridico e pertanto voterò “si”. Faccio altresì notare che sarebbe poco ragionevole ritenere che una decisione presa adesso debba condizionare la politica energetica dell’Italia per venti e più anni. Ritengo inoltre che l’Europa dovrebbe darsi un piano energetico comune, mettendo in rete le diverse fonti energetiche. Per la verità avrebbe dovuto farlo già da tempo: ad esempio i cugini francesi con il nucleare oggi coprono l’80% del loro fabbisogno energetico. Ora come si può pensare che la Francia possa tornare indietro? E guardate che se ha un problema una “loro” centrale le radiazioni raggiungerebbero anche “noi”. Ci sarebbero poi molte altre cose da dire, ma mi fermo qui.

SI al quarto quesito

Dopo la giusta sentenza della Corte Costituzionale è rimasto ben poco da abrogare di quella legge-vergogna. A me la legge in questione va bene così come è stata riscritta: il principio del legittimo impedimento – istituito dal codice di procedura penale e non da Berlusconi – si applichi nello stesso modo a tutti i cittadini, ministri o non ministri. Per un approfondimento chiaro e piuttosto breve rimando a questa nota esplicativa scritta dal Sen. Ceccanti (PD). Resta comunque il valore simbolico e politico di una affermazione del “si”, ossia ribadire che la legge è uguale per tutti. Poi, non so voi, ma io non ho alcuna voglia di sentire Berlusconi dire che “la maggioranza degli italiani sta con lui” perché non si è raggiunto il quorum, che il legittimo impedimento è stato cancellato dalle toghe rosse (e balle varie) per annientare chi è stato eletto democraticamente (come se uno una volta eletto potesse fare qualsiasi cosa, insomma quel cavolo che gli pare).

N.B. In questo post ho riportato estratti di altre guide ed approfondimenti cercando di fonderli in un testo che avvesse un senso logico e una coerenza, con l’aggiunta qua e là di alcune mie osservazioni.

P.s. Faccio una segnalazione “ad personam”: ecco alcuni esempi di persone che sostengono il “si” a un quesito sull’acqua e un “no” all’altro.

Stefano Ceccanti

Francesco Costa

Massimo D’Antoni

Pietro Ichino

Marco Campione

Michele Salvati

P.p.s. E’ probabile che a breve scriva un post sul progetto di legge sul tema acqua (il numero 3865) presentato lo scorso autunno dal PD, sulla necessità di una riforma dell’istituto referendario e sul perché sono contrario all’astensione in un referendum abrogativo.

(Questo articolo, con alcune modifiche, è stato pubblicato su “Caffè News”, lo potete vedere cliccando qui)

P.(ennesimo)s. Potete leggere un post nel quale riporto una lucida riflessione sul referendum  del 12 e 13 giugno 2011 di Mino Fuccillo qui.

Inoltre trovate un’analisi del voto referendario per fasce elettorali in quest’altro post.

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Pubblicato il 11 giugno 2011, in Caffè News con tag , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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