Archivio mensile:giugno 2011

Decreto-rifiuti: stop della Lega, quella dell’emergenza rifiuti a Milano

“Emergenza rifiuti”, una esclamazione che ormai – a forza di sentirla pronunciare – genera angoscia e sconforto in chi l’ascolta. Parole alle quali viene associata, nella vulgata comune, l’immagine di una sola città, Napoli. Tutti, volenti o nolenti, vedono il racconto quotidiano del dramma partenopeo: cassonetti capovolti con i rifiuti che invadono le strade e bloccano la circolazione, roghi appiccati in ogni dove che diffondono diossina nell’ambiente circostante. Il termine “rifiuti” è stato significativamente sostituito dall’espressione “monnezza”, come per mettere plasticamente in evidenza che “è dei napoletani”.

Tuttavia questa è solo una parte della faccenda. Ma, si sa, l’Italia è un Paese che non ha memoria e il dibattito pubblico odierno ce ne da l’ennesima conferma.

Era il 1995, ad essere sommersa dalla spazzatura era – indovinate un po’ – Milano. Allora amministrata nientemeno che da una giunta monocolore (verde) leghista, sindaco era tal Marco Formentini. Il presidente della regione, già a quei tempi, era Roberto Formigoni. Allora iniziava la sua quasi monarchia: ora è al quarto mandato consecutivo, che scadrà nel 2015, insomma un “ventennio” da governatore. La discarica sotto tiro era quella di Cerro Maggiore – la più grande d’Europa – tra i comuni di Milano e Varese. I manifestanti all’epoca proponevano di “portare i rifiuti ad Arcore per ricordare che Paolo Berlusconi è il vero proprietario di questo impianto”. C’erano “ventimila tonnellate di sacchi neri ammassati nelle strade”, scrive Rodolfo Sala, “la metà dei quali nel piazzale attiguo alla sede della municipalizzata dei rifiuti, proprio davanti all’ospedale San Raffaele”.

Quelle ventimila tonnellate credete forse che furono scaricate sul “sacro pratone” di Pontida? A prendersele fu l’Emilia Romagna, in quegli anni guidata da un certo Pier Luigi Bersani. Non un omonimo, si tratta proprio dell’attuale segretario del PD. Il quale ha infatti sbottato: «Bossi dovrebbe ricordare che era un suo sindaco quello che ricoprì Milano di rifiuti e fui io a portarli via…»

Le agenzie di stampa raccoglievano dichiarazioni come questa:

Il sindaco di Milano, Marco Formentini, in una lettera ringrazia il presidente della Regione Emilia Romagna, Pierluigi Bersani, per la ”straordinaria dimostrazione di solidarietà” e ribadisce l’impegno dell’amministrazione meneghina ”per superare l’intollerabile situazione attuale che vede fluire il nostro carico inquinante, tramite il Po, verso l’Adriatico”. La giunta di Milano, scrive Formentini, ha avviato la realizzazione delle opere di adduzione che consentiranno, ”entro la primavera”, di cominciare a costruire un primo depuratore (capacita’ di quattro metri cubi al secondo, sui nove metri cubi al secondo di reflui della zona meridionale della città).

L’emergenza rifiuti di Milano fu risolta anche e soprattutto grazie all’aiuto delle altre Regioni, oggi però gli uomini della Lega fanno orecchie da mercanti, parlano di “decreto truffa”.

Il senatur ha affermato «Io e Calderoli abbiamo capito il gioco». Ha quindi continuato:

«Sono contrario all’operazione che stavano facendo in consiglio dei ministri. Eravamo io e Calderoli. A un certo punto arriva un decreto, lo leggiamo e vediamo che è un imbroglio. C’è una sentenza del tar del Lazio che prevede che non si possano spostare i rifiuti da una regione all’altra, ma che bisogna trattare con le singole regioni. Se li fanno passare come rifiuti speciali potevi portarli dove volevi. Capito il gioco? noi ce ne siamo accorti e non votiamo questo imbroglio qui. Non passa. Berlusconi è troppo buono, dice che si occupa lui dei problemi. Ma no, nomina commissario il sindaco di napoli. Così non scappa e vediamo se risolve i problemi».

Un Calderoli forse galvanizzato da una abbeverata alle foci del Po’, con un adagio celoduristico, ha pacatamente ammonito: «Faremo volare le sedie!»

Intanto che il governo “tira a campare”, però, il tempo passa e la richiesta di Napolitano al governo di un «impegno duro e non di breve durata» resta inascoltata.

Il governatore campano pertanto “ha provato a spiegare” al Premier che senza decreto le province non possono svuotare gli Stir (gli ex impianti Cdr), premessa indispensabile per consentire un ritorno alla normalità. Per Stefano Caldoro: «La Regione ha fatto tutta la sua parte, avendo poteri minimi e residuali. Da oggi, finché non ci saranno risposte forti da parte del governo e degli enti locali della Campania, abbandoniamo i tavoli istituzionali e nazionali presso il governo e la prefettura».

Inoltre stavolta, a quanto pare, tutto il PDL, messi da parte gli odi e le rivalità tra cosentiniani e anticosentiniani, è sul piede di guerra: «I parlamentari campani del PDL sono 53 e sono tutti pronti a schierarsi contro la Lega. Al Senato e alla Camera non passerà più nulla che interessa a Bossi”».

Vedremo quale epilogo avrà questa vicenda, una cosa però è certa: questo tipo di polemiche proprio nell’anno del 150° anniversario dell’unità del nostro Paese non possono che mortificare chi, nonostante tutto, continua ad amare il suo Paese. L’Italia, checché ne dicano Bossi e Calderoli, è ancora una Repubblica unica ed indivisibile. Il dovere della solidarietà nazionale non può e non deve venire meno per i ricatti e per gli egoismi di una parte.

(Articolo pubblicato su “Caffè News”, lo potete vedere cliccando qui)

Referendum: proposte di riforma

Questo è un approfondimento che ho realizzato per “Termometro politico”, che verrà pubblicato su tale testata e su questo blog in due puntate. Ecco qui la seconda!

(La prima parte la trovate qui)

E’ necessario agire sia sulla quantità che sulla qualità delle consultazioni referendarie. E lo si fa rispettivamente alzando le firme e rivedendo il quorum.

  • Visto l’effetto perverso e distorcente che ha provocato, ridurre il quorum è dunque auspicabile, ma in quale modo?

Se ci limitiamo al Senato, esistono alcune proposte di legge in tal senso (tutte del Pd): ce n’è una a firma Adamo e altri che propone di fissarlo – come previsto dal programma elettorale del Pd – a più della metà degli elettori cosiddetti “attivi” (quelli che hanno votato alle ultime politiche); un’altra a firma Poretti che propone semplicemente di abolirlo; una terza a firma Franco che lo fissa a “più di un terzo degli aventi diritto”, ma i “sì” o i “no” devono essere pari ad almeno il 25% degli aventi diritto. Personalmente sono contrario all’abolizione del quorum tout court perché può consegnare nelle mani di una esigua minoranza il potere di abrogare una legge; invece riferirsi all’elettorato attivo non è detto che renderebbe la campagna per il “no” più conveniente di quella per l’astensione. Pertanto a mio avviso sarebbe preferibile l’ultima proposta, che avrebbe il merito di evitare che poche centinaia di migliaia di persone possano determinare l’abrogazione di una legge e, nel contempo. di incentivare a recarsi alle urne chi è contrario all’abrogazione. Costoro non avrebbero nessuna convenienza a chiedere ai contrari di astenersi non andando alle urne. Dovrebbero invece indurli ad andare a votare e avranno tutto l’interesse a palesare le proprie argomentazioni per convincere gli indecisi e magari anche far cambiare opinione ai favorevoli alla abrogazione.

L’adozione di tale correttivo avrebbe l’effetto di dissuadere partiti e gruppi di pressione dall’adozione di pratiche che alla lunga diseducano i cittadini.

Ne risulterebbero, conseguentemente, dei confronti referendari ricchi di informazione, molto competitivi e agguerriti.

Paradossalmente, l’abbassamento del quorum approvativo – esattamente come accade in Germania – determinerebbe anche un aumento della partecipazione, ossia l’obiettivo dichiarato, ma strategicamente disatteso, delle regole vigenti.

  • Sarebbe poi opportuno alzare il numero di firme che servono per chiedere un referendum

non tanto e non solo per “compensare” la contestuale proposta di abbassare il quorum, ma anche e soprattutto per garantire che l’istanza referendaria non provenga da sparute minoranze, rendendo difficile la realizzazione di referendum su temi verso i quali c’è poco interesse da parte della collettività. Giusto per fare un esempio: c’è stato un quesito sulla servitù coattiva di elettrodotto!

Inoltre in questo modo ci adegueremo ai cambiamenti che ci sono stati da quando è stato scritto l’art. 75 della Costituzione: quando si stabilì la soglia di 500.000 firme, infatti, gli aventi diritto al voto erano un po’ più della metà di oggi, una soglia accettabile potrebbe quindi essere quella pari al 2% degli elettori (oggi servirebbero circa un milione di firme, nel 1948 una cifra assai simile a quella stabilita in 500mila dal costituente, ossia circa 560.000). Dunque bisogna portare il numero di firme ad almeno un milione.

  • ALTRE PROBLEMATICHE DA RISOLVERE
  • Si agisca sul meccanismo della residenza

Si potrebbe dare la possibilità di voto referendario in qualsiasi parte dell’Italia. Un conto è esprimere i parlamentari nella propria circoscrizione, un altro è votare provvedimenti di respiro nazionale che non hanno bisogno di alcun requisito o ragionamento territorialmente più circoscritto.

  • Questione del voto degli italiani all’estero

Per Giovanni Sartori gli italiani non residenti in Italia potrebbero anche non votare per il referendum. Alzano l’asticella del quorum e non sono direttamente coinvolti, quindi disinteressati. Inoltre «sono bacini di voto controllati e coccolati dai partiti, che difficilmente lascerebbero le adorate preferenze gestite senza troppe difficoltà in giro per il mondo». Il politologo si spinge oltre: «ci sono delle bande più o meno mafiose che si mettono insieme e pilotano quei voti. Del resto la quasi totalità di questi italiani all’estero non conosce né segue la politica nazionale né tanto meno le discussioni sui quesiti referendari. Ma non si possono escludere». Prosegue infatti spiegando che l’unico modo sarebbe quello di «abolire quel sistema e far votare a mezzo posta, molto semplicemente, senza divisioni in collegi elettorali».

  • Modifica del contenuto dei quesiti in tempi utili

Questa volta il problema è stata la modifica del quesito sul nucleare. Naturalmente è stato necessario ristampare le schede, sol che non c’è stato il tempo di farlo per gli italiani all’estero che, nel frattempo, avevano già votato il quesito nella sua formulazione originaria. Quindi non si sa se – ove tali schede fossero state decisive ai fini del raggiungimento del quorum – il loro voto sarebbe stato valutato come valido oppure no … siamo proprio in Assurdistan! Per via dell’intervento della Cassazione il nuovo testo peraltro non aveva più niente a che fare con l’energia nucleare. Bisognerà parlare anche di questo, a un certo punto: del fatto che in questo Paese è possibile riscrivere e stravolgere i quesiti referendari a due settimane dal voto, anzi – come detto – a voto in corso.

  • Rendere i quesiti chiari e comprensibili

Come osserva sempre Sartori:“Hanno senso solo quelli che la gente può capire”. Questo è il grande problema di sempre, forse lo snodo fondamentale.

  • INTENDIAMOCI SUL “DOPO REFERENDUM”

Ha acutamente spiegato il costituzionalista Michele Ainis in una recente intervista:

«La storia non si ferma e non si ferma nemmeno la storia legislativa. (…) Nella prossima legislatura ci si potrà sempre tornare sopra. Poi il rispetto della sovranità popolare non significa che il popolo sia una mummia imbalsamata. Si possono cambiare orientamenti e le cose possono venire percepite in modo diverso. Del resto cambiano i governi perché noi votiamo ogni cinque anni e non è detto che quello votato cinque anni fa lo voteremo ancora oggi. Non c’è quindi un principio immarcescibile per l’eternità».

Si pensi ai referendum del 1995 su orari e licenze degli esercizi commerciali, che bocciarono una liberalizzazione poi imposta, a furor di popolo, pochi anni dopo e tuttora popolarissima. La lezione è che niente è politicamente per sempre.

Questo per chi dice che sul nucleare non avremmo dovuto esprimerci dato che lo avevamo già fatto nel 1987, ci rendiamo conto quanto tempo è passato e quante cose sono cambiate?

  • CONTROINDICAZIONI

Su argomenti di particolare delicatezza fino a che punto è opportuno adoperare lo strumento del referendum abrogativo? Come ha sottolineato in diverse occasioni Giovanni Sartori, la logica del referendum è troppo manichea. Affidare la decisione ad una maggioranza espressa su di una secca alternativa (il “si” o il “no” del quesito referendario) esclude ogni possibilità di mediazione politica: le minoranze non hanno alcuna possibilità di influire sul contenuto dell’atto normativo in discussione. Insomma il referendum può essere soltanto vinto o perso: è un “tutto o niente”; una legge invece può essere modificata nel suo contenuto: è un “più o meno”.

Nel lontano 1997 Stefano Rodotà fu buon profeta con un libro che oggi risulta quantomai attuale (“Tecnopolitica. La democrazia e le nuove tecnologie della comunicazione“), all’interno del quale ammonì sul pericolo di una degenerazione della democrazia in una “sondocrazia”. E’ una delle conseguenze più deleterie della perenne smania di “sondare”, di tastare le opinioni degli italiani. La consultazione continua, infatti, determina un annullamento del fattore temporale. Come ha spiegato Zagrebelsky: «La nostra nozione di democrazia presuppone l’idea della responsabilità. Presuppone che colui che non corrisponde alle aspirazioni della maggioranza venga mandato via e sostituito da un altro. La responsabilità a sua volta presuppone un distacco, un’alterità tra governante e governati, ma con i sondaggi di opinione i governanti sono in grado di non distaccarsi mai dalle opinioni, dalle aspettative della maggioranza».

  • CONCLUSIONE

Risulta inutile, oltre che dannoso, ricorrere a forme di democrazia diretta quale è il referendum se queste si trasformano in una gara demagogica e poco attenta a ciò su cui si vota. Il nodo della questione è far ritornare la centralità nel dibattito pubblico del merito dei quesiti referendari.

(Cliccando qui potete vedere l’articolo sul sito di “Termometro Politico”)

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