Archivio mensile:gennaio 2011

E per il centro-sinistra quale futuro?

QUEL NODO DA SCIOGLIERE DELLE PRIMARIE

Gli scenari nel centro-sinistra appaiono diametralmente opposti. La critica per eccellenza che viene mossa è quella di “non avere una leadership forte”: si sente commentare spesso, alludendo in modo beffardo in particolare al PD, che in tale parte politica lo “sport nazionale” sarebbe mettere quotidianamente alla berlina il segretario eletto, delegittimandone così l’operato e – riprendendo la frase di un noto politico che ha una concezione aziendale e proprietaria della politica – “esponendo il partito al pubblico ludibrio”. Comunque, mettendo da parte le provocazioni più o meno pretestuose, il PD sembra realmente avere una identità “pallida”, o quanto meno non definita in pieno. E’ questo uno dei principali motivi per i quali i democratici, stando alle rilevazioni dei sondaggi, sembrano non riuscire a guadagnare consensi pur in una fase di forte calo della fiducia nel presidente del consiglio e nel “suo” partito (come vedete la berlusconizzazione della politica induce a scrivere queste cose, quasi che un partito potesse ridursi ad una persona … ). Non avere una posizione chiara e ben delineata sulle questioni all’ordine del giorno nell’agenda politica, infatti, può creare non pochi problemi: come è facile intuire ma arduo da realizzare, essere equilibrati può attrarre consensi nella misura in cui la mediazione non si trasforma in immobilismo; qualcuno direbbe che esasperando un simile atteggiamento si corre il rischio di “morire di tattica”. E’ per questo fondamentalmente che si discute dell’opportunità di fare delle primarie di coalizione in questa fase. A tal proposito Gianni Vattimo, dalle colonne de Il fatto quotidiano del 20 agosto 2010, chiosava in questo modo: “Chiunque vinca le primarie della coalizione, però, non potrà vincere contando unicamente sull’appeal della sua persona: essere alternativi a B. significa anche vincere diversamente da come farebbe lui. Difficilmente potremo andare al governo sventolando unicamente la bandiera della legalità sulla quale per fortuna oggi insiste anche Fini: abbiamo bisogno di motivi forti per i quali elettori delusi, stanchi e rassegnati dovrebbero votare per il nostro schieramento. Occorrono idee prioritarie per il programma di governo che intendiamo presentare, e primarie per quelle stesse idee”. La matassa è dunque difficile da dipanare. Probabilmente il risultato delle – a quanto pare – sempre più imminenti elezioni e del futuro del centro-sinistra dipende per buona parte da questa scelta: fare le primarie? E se farle in che modo?

(Secondo mio articolo sul numero di dicembre de “La Campania giovane”)

 

Cliccando qui potete scaricare o semplicemente vedere il pdf del numero completo di dicembre de “La Campania giovane” nella versione cartacea

Qui di seguito l’immagine del cartaceo dell’articolo:

Dal Bartolismo al Berlusconismo

QUALE FUTURO PER L’ITALIA?

Bartolo da Sassoferrato, è un nome che al lettore, a meno che non abbia fatto degli studi giuridici, risulterà sconosciuto. Ebbene costui visse nel Trecento, secolo a partire dal quale si iniziò a parlare di communis opinio, espressione con la quale si designavano le soluzioni ad un problema giuridico ritenute indubitabili, almeno fino a quando non fossero “falsificate” da una nuova opinione più accreditata. Ma quella della communis opinio era una soluzione data dai giuristi di cattedra, quindi discutibile perché non legislativa, non vincolante di per sé, come ogni opinione. Si preferì così, invece di indicare per ogni questione l’opinione di questo o di quell’autore, dare una valutazione in generale positiva dell’opera di un autore ritenuto “più valido di ogni altro”: a trionfare fu appunto Bartolo, che agli occhi dei contemporanei fu come assistito da una “presunzione di verità”. Seguirlo divenne una “tradizione vincolante”, al punto che si arrivò a discutere quale fosse la vera opinio Bartoli: dinanzi alla contraddizione si negava un suo errore, questa non poteva che essere il frutto di un’interpretazione sbagliata del suo pensiero! Questo è il c.d. bartolismo, la tendenza cioè a riferirsi ad un individuo in modo acritico, ad approvarlo anche quando il contesto non lo richiede. Non è questa una delle principali critiche mosse ai “berlusconiani duri e puri”, quelli che sono rimasti sempre fedeli al cavaliere? Quelli che hanno bollato i futuristi come “traditori”, come se la nostra Costituzione non affermasse all’art.67 il divieto di mandato imperativo! Siamo forse tornati ai legami di fedeltà personale del vassallaggio? Autorevoli commentatori, non solo di sinistra, hanno dunque apostrofato costoro con espressioni forti, come “servi sciocchi”. Del resto, in sedici anni di berlusconismo, abbiamo assistito con sgomento al progressivo affermarsi del culto idolatrico del leader carismatico che parla alla pancia del popolo, con evidenti conseguenze sulla politica italiana tutta: ne è la dimostrazione il fatto che ad opporsi a Berlusconi sono per lo più partiti-persona. Quasi tutti i leaders, infatti, a partire dallo stesso Fini che ha fondato FLI denunciando la gestione “monarchico-aziendalistica” del PDL, hanno scritto il proprio nome a caratteri cubitali sul simbolo dei rispettivi partiti; eccezioni sono il PD e in parte l’UDC, dato che di fatto non è contendibile il primato di Casini. Cosa ne è delle persone in carne ed ossa che si agitano dietro? Dei militanti e dei congressi? Ad emergere in modo dirompente è il vuoto politico e culturale prodotto dall’adulazione incondizionata dell’immagine sacra del capo. Alla fine dell’era berlusconiana come sarà il risveglio degli italiani? Quale reazione? Indignazione per una politica degenerata in un mix di marketing e populismo oppure – terreno fertile per demagoghi dell’ultim’ora – un generale torpore, una diffusa indifferenza per la cosa pubblica?

(Primo mio articolo sul numero di dicembre de “La Campania giovane”)

 

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