L’arte del procrastinare in letteratura …

Si va a bere, – dissero gli operai – Viene con noi, direttore?” […] Non resistetti, al solito, alla tentazione. Dovevo scrivere ancora il mio articolo: ma ho, per natura, la cattiva abitudine di aspettare sempre l’ultimo momento possibile per cominciare le cose, quando ho le spalle al muro, e non c’è più modo di sfuggire. C’è una inerzia del mondo, una continuità delle cose che esistono e che sembrano opporsi a essere mutate dall’arrivo di una cosa nuova, qualunque essa sia. Mi avviene di sentire questa inerzia, con il suo peso infinito: lo sforzo della creazione mi pare tutto lì, in quella capacità di muovere questo peso: la prima parola su una pagina, la prima pennellata su una tela bianca sono decisive, contengono già tutta l’opera, che non si tratta ormai che di seguire con facilità. Ma quel momento iniziale, anche per una cosa piccola e di nessuna importanza come un articolo di giornale, è una decisione che cambia il corso delle cose, introducendovi un elemento nuovo, nato allora, è una nascita piena di fatica, a cui l’esecuzione segue come un allegro giuoco. Tutti i pretesti sono buoni per rimandare quel momento: colsi l’occasione e salii con i tipografi all’osteria.

 

Si tratta di un estratto de L’Orologio di Carlo Levi, un romanzo coinvolgente dove a dominare sono le idee, le atmosfere, le sensazioni, la variegata soggettività dell’autore. Ma è solo un dettaglio: queste infatti sono considerazioni che – certo con un linguaggio, una sintassi e un modo di tessere la narrazione neanche paragonabili a quelli del Levi – avrei potuto anche essere io a farle, dato che sento veramente autobiografiche queste osservazioni, trovo illuminante la descrizione dello stato d’animo che si ha prima dell’azione.

P.S. E’ un vizio che da un po’ di tempo sto provando ad eliminare!

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Pubblicato il 28 dicembre 2010, in Altro con tag , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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