Archivio mensile:novembre 2010

Bisogno di rinnovamento

Ecco il mio articolo pubblicato sul numero di novembre del mensile “La Campania giovane” (clicca su “mio articolo” per scaricare o semplicemente vedere il pdf):

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Buona lettura!

Profetismo politico di Carlo Levi ne L’Orologio

“Tu non sai, perché sei giovane, come, a mano a mano che ci si avvicina alla morte, la vita sia bella; come si accresca, si illumini in ogni sua minima cosa, di verità e di ragione. A un certo momento, quando la morte è dietro le spalle, pare di camminare in un mondo fatto, da ogni parte, di infinite verità (…) è come se si salisse su un monte, e l’orizzonte, a ogni passo, si allargasse sotto di noi. Forse, quando si arriva in cima, l’orizzonte sarà così vasto e lontano che si confonderà in tutto col cielo; e forse questa è la morte. Se è così, noi viviamo per morire. I cristiani dicono il contrario, che moriamo per vivere: ma non è forse la stessa cosa?”

(ultime parole dello zio all’autore prima di morire)

Il romanzo, pubblicato nel 1950, è uno dei migliori esempi di narrativa politica del ‘900, un’appassionata testimonianza dello sfaldamento delle forze politiche antifasciste. Un orologio che si rompe dà l’avvio alla storia di tre giorni e tre notti nel novembre del ‘45 che cambia il destino dell’Italia. Narra, infatti, della fine, dopo cinque mesi di affanni e incertezze, del governo resistenziale di Ferruccio Parri, e l’avvento al potere, per durare, della Democrazia Cristiana. La crisi era stata aperta il 23 novembre dal leader dei liberali Leone Cattani, che aveva invocato dall’interno del governo la liquidazione dei Cln, il ritorno dei prefetti di carriera, la fine delle epurazioni e la candidatura a primo ministro di De Gasperi. Culminò la notte del 24 novembre con la tumultuosa conferenza stampa di Parri, tradito anche dai suoi. Risulta, tuttavia, difficile descrivere la trama di un libro dove a dominare, oltre alle idee, sono le atmosfere, le sensazioni, la variegata soggettività del protagonista, che è anche la voce narrante.

Affiora, comunque, in maniera cristallina, la rappresentazione dell’entusiasmo, della felicità, della speranzosa attesa, che permeano l’Italia dell’immediato dopoguerra, ma anche il profilarsi di un restaurato conformismo, contraddistinto dall’immobilismo della burocrazia e da una classe politica che ha una visione astratta dei problemi, che si occupa principalmente di piccolo cabotaggio, di manovre, di intrighi, di astuzie, di tattiche, di strategie estranee alle passioni e ai bisogni reali degli uomini. Una lettura tutta politica di Levi è, comunque, forse ingiusta, sebbene compia una delle più efficaci descrizioni nella letteratura italiana del secondo Novecento del cosiddetto “palazzo”, il luogo del potere politico per eccellenza. E Roma era assunta proprio come emblema di questa realtà: “qui, tutto si impantana, e perde forma”– sottolineava il giudice di Udine –“o meglio, prende una forma retorica, e perde la propria sostanza. (…) questo è un posto che va bene per il Papa, ma la capitale dovevamo portarla su, a Milano, per fare piazza pulita (…) l’unità fatta qui sarà sempre falsa. O teocratica o burocratica. Questo è un terreno sterile, che non da frutto”.

Per cui non possiamo non osservare che alla passività e al qualunquismo tipici di alcuni ceti romani corrisponde il furore pericoloso dei corrispondenti ceti del nord e un’altrettanta carenza di spirito civico, di orizzonti larghi, cioè una prevalenza di cultura piccola. Il discorso dei quattro membri della Consulta Nazionale – tutti del nord – si sviluppa, quindi, introducendo delle argomentazioni che potrebbero essere definite “protoleghiste”, e che Levi liquida rilevando che essi hanno inconsapevolmente attribuito “il nome di Roma alla loro delusione e al loro sdegno. (…) i quattro odiavano Roma perchè pensavano che qui fossero rintanati, per una specie di elezione o di misteriosa provvidenza, i Luigini più abili e più pericolosi”. Nel libro viene rappresentato, infatti, con una grandiosa metafora, lo scontro tra i “Luigini”, che sono la maggioranza, e i “Contadini”, come categorie storiche che tagliano trasversalmente il territorio, i partiti, le appartenenze sociali e religiose, la cultura. Si tratta dello scontro tra i ceti produttivi, intellettuali e non (i “Contadini”), che fanno affidamento sulle proprie forze e non sui favoritismi, su un’etica del lavoro e sulle proprie capacità, sul rispetto delle regole e degli altri, e quelli che dipendono e che comandano (i “Luigini”), che servono e imperano, i piccoli burocrati, gli ossequienti e gli accomodanti, gli opportunisti e gli imprenditori con i soldi degli altri, i “sepolcri imbiancati” e i corporativi, i profittatori e i “letterati dell’Arcadia”, i clericali invadenti e quelli che la cronaca recente chiamerebbe “i furbetti”. Ora, si chiede ad un certo punto Levi, “come si potevano mettere insieme cose così disparate, gli uccelli (i dirigenti del Partito d’Azione, simbolo dei politici), il Presidente (Parri, simbolo delle istituzioni) e Teresa (la borsara nera, simbolo della indistinta folla romana)?”.

Unire questi tre elementi, infatti, non era possibile, per le condizioni interne ed esterne delineatesi in questa delicata fase storica: gli uccelli erano intenti a compiere incomprensibili acrobazie, geometrie politiche che tendevano ad una vita autosufficiente, incuranti dei “contadini che non cantano” e delle speranze nuove accese dall’irruzione della Resistenza nella storia italiana.

Riteniamo, però, che la sofferta ricerca di Levi (di unificare queste tre realtà), per tutta la sua vita e soprattutto a partire dal suo confino politico in Lucania, sia un’importante chiave di lettura de L’Orologio e del suo impegno politico (eletto senatore nel 63′ e nel 68′), del suo essere dentro i processi che l’Italia ha attraversato, sia come testimone che come facitore di storia. Del resto, come non considerare una metafora dell’orizzonte appena dichiarato, lo stesso sogno della scomparsa e del ritrovamento dell’orologio?

Quell’orologio solidamente borghese, dal meccanismo preciso e robusto che, ad un certo punto, viene “sottratto”, generando nell’autore l’angoscia della perdita e della ricerca. E quel tribunale sognato, presieduto da Benedetto Croce, che rassicura Levi sulla legittima proprietà dell’orologio, ma che non per questo lo restituisce al proprietario: dovrà cercarselo da sé e scoprirlo, quasi immediatamente, sotto i propri occhi, celato nella cassa di “una di quelle sveglie popolari, dal ticchettio penetrante e dalla soneria fragorosa”. Questa sembra, pertanto, quasi una profezia dell’itinerario successivo di Levi: la via di uscita da una sconfitta annunciata e descritta. Per rimanere nella metafora, dopo che Levi avrà svitato il suo orologio dalla cassa della sveglia in cui era stato inserito, girerà per giorni alla ricerca di chi sappia ripristinarlo nel suo primitivo splendore. Questo vuol dire che le idee, i valori non possono vivere in astratto, né farsi politica se non si innestano nel corpo crudo dei rapporti sociali.

E, così, come sostiene Andrea nella discussione sotto il Traforo di Roma con Carmine e l’autore, “vi guarderete attorno e che cosa resterà di tutte le costruzioni politiche, delle teorie, delle ideologie, dei partiti? Nulla, o ben poco. Vi accorgerete che ci sono due forze non eliminabili, indipendenti da voi, ma anche indipendenti dalla vita e dai bisogni del paese, che potranno crescere o diminuire, ma non certo per opera vostra: perchè sono due forze, in un certo senso eterne, legate a religioni e a interessi universali e indifferenti al temporale e al nostrano. Quelle, le lascerete da parte. Esse pretenderanno di rappresentare il mondo intero e di escludersi l’una con l’altra: ma, in verità, saranno parziali, simili e, anche nella loro naturale opposizione, strettamente alleate. Non cadrete negli errori scolastici e accademici. Quelle forze astrattamente antitetiche, non sono che idoli, nomi, astuzie della storia (…) oggi questi schemi intoccabili, queste forme simboliche, si chiamano Comunismo e Vaticano (…) tolte queste due forze, vi dovrebbe apparire il vario spettacolo degli interessi e dei pensieri umani”. Ma, invece, troverete “un polverio indistinto: la dissoluzione delle idee liberali e socialiste in tutte le loro gradazioni”.

C’è, comunque, naturalmente, anche dell’altro nel libro: la redazione scalcinata di un giornale romano di sinistra, di cui il protagonista è nominato direttore; le difficoltà economiche, le apatie dei redattori, ma anche il febbrile lavoro notturno, il sapiente gioco di squadra, che consentono il miracolo quotidiano della stampa del giornale. L’amicizia fra intellettuali, tra borghesi, forse i veri protagonisti del romanzo, fatta di slanci, di affinità, ma anche di distanza critica. Le “vivaci e saltellanti” jeep (“carri esotici di guerrieri sconosciuti, bighe senza cavalli di mitologici eroi che masticavano la gomma e parlavano allegri lingue incomprensibili”), il pullulare della gente per le strade, con la rinascita dei commerci, le periferie devastate e infestate dai topi, le squallide o pittoresche camere di improbabili alberghi. I briganti che assalgono le vetture durante il loro tragitto.

Napoli e la sua plebe, caratterizzata da una miseria picaresca e vitale; il profondo legame con lo zio Luca, biologo e psichiatra, baluardo nella formazione morale e intellettuale dell’autore. C’è innanzitutto Roma, amata e odiata, di cui Levi ci restituisce abilmente i quartieri e gli ambienti, gli esterni solari e pieni di una luce quasi gaia e gli androni e le scale bui e miserabili; la scoperta che, anche nell’Italia del dopoguerra, si paventava una regressione al municipio e al campanile, mentre si sperava in una eventuale Europa Unita, che ci avrebbe liberato finalmente dal “vecchiume e dal parassitismo”. Si può riscontrare, dunque, un certo “profetismo politico”, la presenza di ampie descrizioni del gioco politico-sociale del tempo e la conseguente individuazione dei limiti intrinseci di una prospettiva (quella della riforma intellettuale e morale) che certo non poteva realizzarsi.

La sua inquietudine, la sua ansia di una democrazia pulita, giungono a noi, pertanto, a distanza di quasi sessant’anni, ancora vitali e fertili (almeno a tutti quelli che considerano l’impegno sociale e politico come un valore civile).

(Articolo pubblicato su “Caffè News”, lo potete vedere cliccando qui)

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