Caso Scazzi, dove finisce il diritto di cronaca?

Da quel tragico 26 agosto l’informazione ha concentrato, con il trascorrere di giorni, settimane, mesi, in modo pressoché esponenziale la sua attenzione sul caso Scazzi. Ebbene, quella “scatola magica” chiamata tv ha da allora trasmesso in modo quasi ininterrotto, a reti unificate in determinate fasce orarie e in tutte le varianti di programmi che il palinsesto possa ospitare, ricostruzioni su ricostruzioni dal gusto quantomeno discutibile dell’assassinio di Sarah, facendo registrare – passatemi l’espressione – un nuovo record nella sfrenata “corsa al reality” dei nostri tempi.

Reality, che come ha avuto modo di scrivere Ilvo Diamanti su “La Repubblica”, è stato

recitato da attori involontari, che avrebbero rinunciato volentieri alla parte e, soprattutto, al soggetto. Ma proprio per questo più gradito al pubblico. Alla ricerca costante di emozioni forti. Di tragedie consumate in ambito familiare, amicale, locale. In Italia più che altrove. Perché da noi la criminalità costituisce un genere televisivo di successo, che occupa uno spazio specifico e ampio – anzitutto nei notiziari.

E questa, come confermato dai dati dell’Osservatorio Europeo sulla Sicurezza, è più di un’impressione: infatti il tg1 ha dedicato ai fatti criminali uno spazio maggiore rispetto a quello riservato allo stesso tipo di notizie dagli altri principali notiziari pubblici europei, nonostante il tasso di crimini in Italia non sia superiore a quello degli altri Paesi europei considerati, ma, semmai, un po’ più basso.

Il punto nodale che ci può aiutare a sbrogliare la matassa è però un altro: la vera differenza tra l’Italia e gli atri Stati europei sta nel “modo di fare informazione”.

Plastico AvetranaDa Noi quotidianamente si assiste all’inscenazione di docu-fiction – una moderna variante dei classici processi mediatici all’italiana? – accompagnate dai commenti in studio di “una tribù di specialisti, opinionisti (in fondo ognuno ha la sua opinione) e gente comune (difficile, perlopiù, scorgerne le differenze).” Si realizza una vera e propria “tracimazione” dai telegiornali ai c.d. programmi di infotainment. Regina di queste trasmissioni è “Porta a Porta”: anche questa volta non è mancato l’ormai consueto “plastico”, del resto quella di Bruno Vespa sembrerebbe una vera e propria passione.

Cartello realizzato dalla pagina FB "Questo è il tg1"In definitiva, di fronte ai nostri occhi di telespettatori si sta consumando una turpe e depravata “spettacolarizzazione del dolore” che si è dipanata in una morbosa ricerca del dettaglio, del particolare truce e macabro. A tal proposito non può che essere stigmatizzato il comportamento tenuto dal tg1. Augusto Minzolini, in editoriali che hanno destato non poche polemiche, si era più volte scagliato contro tutto ciò che definiva “strumentalizazioni”, “processi mediatici”, “gossip”, “frullatore delle intercettazioni”, “gogna giudiziaria”, “meccanismo perverso”. Il tg1 insomma, per bocca del suo direttore, si definiva contrario a quei servizi che, a suo parere, vengono costruiti con voci provenienti da inchieste giudiziarie e con “mozziconi di intercettazioni”. Qualche giorno fa però, come folgorato sulla via di Damasco, ha trasmesso gli audio delle intercettazioni dei Miserri – contenuti questi che, fatti ascoltare anche e prima dal giornale radio della Rai, sono ovviamente ancora coperti da segreto istruttorio.

Dinanzi al propagarsi di un “ingorgo mediatico” di queste dimensioni taluni hanno avuto da commentare: ma davvero si è semplicemente esercitato il tanto invocato diritto di cronaca oppure c’è – sarebbe forse meglio dire dovrebbe esistere? – un limite oltre il quale questo non può spingersi? (segnalo dei video attinenti che sono motivo di riflessione: un servizio di Enrico Lucci de “Le Iene” e la performance tenuta a “Che tempo che fa” da Luciana Litizzetto)

Noam ChomskyOppure ancora sono state poste domande che prendono le mosse da una lontana riflessione di  Noam Chomsky, il quale metteva in guardia dalle degenerazioni che può comportare il sistema informativo affermando:

Sfruttare l’emozione è una tecnica classica per provocare un corto circuito su un’analisi razionale e, infine, il senso critico dell’individuo. Inoltre, l’uso del registro emotivo permette di aprire la porta d’accesso all’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o indurre comportamenti.

Ci si è chiesti: ma ammettendo la liceità dell’uso di tali modalità comunicative non si corre il rischio di considerare normale e quindi non deprecabile la martorizzazione di un individuo – il più innocente, quello con la storia più sensazionale, capace di suscitare il maggiore interesse nello spettatore – per la mera circostanza che così facendo aumenta l’audience?

Ora però mettiamo da parte le vicende nostrane e vediamo cosa accade altrove. All’estero, ai più sembrerà strano o addirittura arcano, l’informazione televisiva “tratta questi temi in modo puntuale e contestuale”, facendoli divenire “l’occasione per affrontare problemi sociali più ampi”, come “l’integrazione degli stranieri, la violenza nelle scuole, l’intolleranza interreligiosa.”

Qui, con un approccio diametralmente opposto,

il “fatto criminale” sui media non è guardato come “esemplare” rispetto ai problemi della società e delle istituzioni. Ma come “caso in sé”. “Singolare”. Il che ci fa sentire coinvolti eppure distaccati. Noi: detective, magistrati, giurati. E, in fondo, vittime e assassini. Ciò spiega lo spazio dedicato in tivù alle grandi tragedie quotidiane e ai delitti di ogni giorno. Ma anche il successo di pubblico che ottengono. Perché generano angoscia ma, al tempo stesso, rassicurano. Ci sfiorano: ma toccano gli “altri”. È come sporgersi sull’orlo del precipizio e ritrarsi all’ultimo momento. Per reazione. Si prova senso di vertigine. Angoscia. Ma anche sollievo. E un sottile piacere. (Ilvo Diamanti)

Come rimarcato sempre da Ilvo Diamanti, è dunque

inutile stupirsi se l’enfasi intorno al caso di Sarah Scazzi, dopo l’incidente di “Chi l’ha visto?”, non si è affievolita. Per questo non abbiamo dubbi. Lo spettacolo del dolore e di “La vita in diretta”, che va in onda ogni “Pomeriggio sul 2″, ma anche “sul 5”. Si ripeterà all’infinito. Inutile allestire processi. Verrebbero celebrati a “Forum”. E se i delitti e crimini che affollano i media scomparissero all’improvviso, allora interverrebbe “Chi l’ha visto?”.

(Articolo pubblicato su “Caffè News”, lo potete vedere cliccando qui)

 

Questo articolo è stato segnalato da http://www.traccialibera.it, lo potete vedere cliccando qui

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Pubblicato il 28 ottobre 2010, in Caffè News con tag , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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