Le quote rosa fanno male alle donne

Gli uomini prudenti, per paura di sembrare avversari del progresso, non scrivono mai articoli di questo genere e allora ho deciso di farlo io. L’argomento sono le quote rosa nei consigli d’amministrazione. Pendono in parlamento varie proposte di legge tutte orientate in tal senso e questa settimana il commissario Ue alla giustizia, Viviane Reding, ha minacciato che se non ci saranno “progressi” anche l’Europa prenderà iniziative in tal senso. In precedenti discorsi la signora lussemburghese ha fatto capire di considerare il 40% una soglia ragionevole, la stessa in vigore da inizio 2006 per le società quotate norvegesi.

Il ragionamento alla base di tutto è che eguaglianza nei posti di lavoro vuol dire anche eguale rappresentanza e che senza l’autorità della legge il mondo maschile non fa spazio alle donne. E comunque, si sottolinea, le società con più rappresentanti del gentil sesso in consiglio hanno migliori performance.

Vediamo di capirci qualcosa. È vero che un maggior numero di signore aumenta l’efficienza? In Norvegia non sembra proprio. Nel primo semestre di quest’anno gli indici della borsa di Oslo sono stati negativi, con una performance peggiore di tutti i paesi scandinavi, piazzandosi 46ª sulle prime 56 borse mondiali. Negli anni precedenti, poi, Oslo si è distinta per un’aurea mediocritas (- 57% della capitalizzazione nel 2008 e + 30% nel 2009 in linea con la media mondiale e comunque peggio dei cugini scandinavi), ancor più strabiliante poiché la Norvegia, grazie al petrolio, ha avuto solo una mini-recessione e quindi un’economia molto più in salute degli altri paesi avanzati.

Gli studi che cercano di correlare presenza di donne nel board e qualità della prestazione della società non danno risultati univoci, ma anche quando la correlazione è positiva si tratta di scelte volontarie degli azionisti, non d’imposizioni del governo. Potendo scegliere, gli stessi consigli norvegesi a forte presenza femminile nominano come amministratori delegati nel 98% dei casi degli uomini.

È ozioso discutere se le donne fanno bene al bilancio della società; le manager brave sì, quelle scadenti o inadatte no. Sicuramente non sarà una qualunque burocrazia in grado di determinarlo. Avete mai visto la politica premiare il merito piuttosto che la convenienza elettorale? C’è un solo motivo, oltre la popolarità politically correct, per il quale si vuole forzare ciò che semmai sarà il frutto naturale dell’evoluzione dei costumi e della società? Quarant’anni fa le donne non potevano fare i magistrati, eppure oggi costituiscono più di metà degli ingressi. Anche avvocati e medici sono sempre più in rosa e stiamo parlando di professioni sofisticate e remunerative per le quali, evidentemente, l’esclusivismo maschilista non ha funzionato.

La quota rosa è controproducente sotto altri profili: fa considerare le signore prescelte delle semplici “raccomandate” e crea una piccola casta di “gonne dorate” come vengono chiamate in Norvegia. Essendoci poca scelta, la percentuale di manager rosa che siedono in più di 4 board è quadrupla rispetto a quella degli uomini.

Un conto è togliere le barriere legali e sociali che impediscono alle donne di scegliere una determinata carriera (e quindi aumentarne la libertà di scelta), un altro è che un qualche Leviatano stabilisca come, in che tempi e quale carriera esse debbano fare.

(Questo è un articolo di Alessandro De Nicola apparso il 26 settembre 2010 su “Il Sole 24 ore”)

 

Una mia breve considerazione:

Concordo in pieno con l’analisi fatta dall’autore dell’articolo: quella delle quote rosa è una trovata che non mi convince. Questo perché nell’ottica del costituente l’eguaglianza affermata nella nostra “Carta”, lungi da uno sterile egualitarismo, è quella delle opportunità. Come si può leggere all’art. 3, comma 2 della Costituzione: “la Repubblica” si impegna a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” E’ per questo che il nostro è uno Stato promozionale e non assistenziale: imponendo che i due sessi abbiano la stessa rappresentanza “invece di togliere le barriere legali e sociali che impediscono alle donne di scegliere una determinata carriera” le si attribuisce il risultato finale (il posto di lavoro) senza badare alle loro reali capacità, andando così a svilire la battaglia che si sta cercando di portare avanti sul merito, nonché a travisare la ratio che sta alla base di quella straordinaria norma costituzionale. In sostanza, battendo la strada delle c.d. “discriminazioni positive”, si finirebbe con il correre il rischio di “non risolvere” il problema, ma semplicemente di “aggirarlo” per dare una risposta che in altro modo non si riesce a fornire.
Questo atteggiamento può essere considerato in una qualche misura una “resa”, un prendere atto dell’irremovibilità degli ostacoli che si frappongono al raggiungimento della tanto agognata “parità dei diritti” o, meglio ancora, “parità nelle opportunità”?
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Pubblicato il 18 ottobre 2010, in Altro con tag , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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