Archivio mensile:ottobre 2010

Caso Scazzi, dove finisce il diritto di cronaca?

Da quel tragico 26 agosto l’informazione ha concentrato, con il trascorrere di giorni, settimane, mesi, in modo pressoché esponenziale la sua attenzione sul caso Scazzi. Ebbene, quella “scatola magica” chiamata tv ha da allora trasmesso in modo quasi ininterrotto, a reti unificate in determinate fasce orarie e in tutte le varianti di programmi che il palinsesto possa ospitare, ricostruzioni su ricostruzioni dal gusto quantomeno discutibile dell’assassinio di Sarah, facendo registrare – passatemi l’espressione – un nuovo record nella sfrenata “corsa al reality” dei nostri tempi.

Reality, che come ha avuto modo di scrivere Ilvo Diamanti su “La Repubblica”, è stato

recitato da attori involontari, che avrebbero rinunciato volentieri alla parte e, soprattutto, al soggetto. Ma proprio per questo più gradito al pubblico. Alla ricerca costante di emozioni forti. Di tragedie consumate in ambito familiare, amicale, locale. In Italia più che altrove. Perché da noi la criminalità costituisce un genere televisivo di successo, che occupa uno spazio specifico e ampio – anzitutto nei notiziari.

E questa, come confermato dai dati dell’Osservatorio Europeo sulla Sicurezza, è più di un’impressione: infatti il tg1 ha dedicato ai fatti criminali uno spazio maggiore rispetto a quello riservato allo stesso tipo di notizie dagli altri principali notiziari pubblici europei, nonostante il tasso di crimini in Italia non sia superiore a quello degli altri Paesi europei considerati, ma, semmai, un po’ più basso.

Il punto nodale che ci può aiutare a sbrogliare la matassa è però un altro: la vera differenza tra l’Italia e gli atri Stati europei sta nel “modo di fare informazione”.

Plastico AvetranaDa Noi quotidianamente si assiste all’inscenazione di docu-fiction – una moderna variante dei classici processi mediatici all’italiana? – accompagnate dai commenti in studio di “una tribù di specialisti, opinionisti (in fondo ognuno ha la sua opinione) e gente comune (difficile, perlopiù, scorgerne le differenze).” Si realizza una vera e propria “tracimazione” dai telegiornali ai c.d. programmi di infotainment. Regina di queste trasmissioni è “Porta a Porta”: anche questa volta non è mancato l’ormai consueto “plastico”, del resto quella di Bruno Vespa sembrerebbe una vera e propria passione.

Cartello realizzato dalla pagina FB "Questo è il tg1"In definitiva, di fronte ai nostri occhi di telespettatori si sta consumando una turpe e depravata “spettacolarizzazione del dolore” che si è dipanata in una morbosa ricerca del dettaglio, del particolare truce e macabro. A tal proposito non può che essere stigmatizzato il comportamento tenuto dal tg1. Augusto Minzolini, in editoriali che hanno destato non poche polemiche, si era più volte scagliato contro tutto ciò che definiva “strumentalizazioni”, “processi mediatici”, “gossip”, “frullatore delle intercettazioni”, “gogna giudiziaria”, “meccanismo perverso”. Il tg1 insomma, per bocca del suo direttore, si definiva contrario a quei servizi che, a suo parere, vengono costruiti con voci provenienti da inchieste giudiziarie e con “mozziconi di intercettazioni”. Qualche giorno fa però, come folgorato sulla via di Damasco, ha trasmesso gli audio delle intercettazioni dei Miserri – contenuti questi che, fatti ascoltare anche e prima dal giornale radio della Rai, sono ovviamente ancora coperti da segreto istruttorio.

Dinanzi al propagarsi di un “ingorgo mediatico” di queste dimensioni taluni hanno avuto da commentare: ma davvero si è semplicemente esercitato il tanto invocato diritto di cronaca oppure c’è – sarebbe forse meglio dire dovrebbe esistere? – un limite oltre il quale questo non può spingersi? (segnalo dei video attinenti che sono motivo di riflessione: un servizio di Enrico Lucci de “Le Iene” e la performance tenuta a “Che tempo che fa” da Luciana Litizzetto)

Noam ChomskyOppure ancora sono state poste domande che prendono le mosse da una lontana riflessione di  Noam Chomsky, il quale metteva in guardia dalle degenerazioni che può comportare il sistema informativo affermando:

Sfruttare l’emozione è una tecnica classica per provocare un corto circuito su un’analisi razionale e, infine, il senso critico dell’individuo. Inoltre, l’uso del registro emotivo permette di aprire la porta d’accesso all’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o indurre comportamenti.

Ci si è chiesti: ma ammettendo la liceità dell’uso di tali modalità comunicative non si corre il rischio di considerare normale e quindi non deprecabile la martorizzazione di un individuo – il più innocente, quello con la storia più sensazionale, capace di suscitare il maggiore interesse nello spettatore – per la mera circostanza che così facendo aumenta l’audience?

Ora però mettiamo da parte le vicende nostrane e vediamo cosa accade altrove. All’estero, ai più sembrerà strano o addirittura arcano, l’informazione televisiva “tratta questi temi in modo puntuale e contestuale”, facendoli divenire “l’occasione per affrontare problemi sociali più ampi”, come “l’integrazione degli stranieri, la violenza nelle scuole, l’intolleranza interreligiosa.”

Qui, con un approccio diametralmente opposto,

il “fatto criminale” sui media non è guardato come “esemplare” rispetto ai problemi della società e delle istituzioni. Ma come “caso in sé”. “Singolare”. Il che ci fa sentire coinvolti eppure distaccati. Noi: detective, magistrati, giurati. E, in fondo, vittime e assassini. Ciò spiega lo spazio dedicato in tivù alle grandi tragedie quotidiane e ai delitti di ogni giorno. Ma anche il successo di pubblico che ottengono. Perché generano angoscia ma, al tempo stesso, rassicurano. Ci sfiorano: ma toccano gli “altri”. È come sporgersi sull’orlo del precipizio e ritrarsi all’ultimo momento. Per reazione. Si prova senso di vertigine. Angoscia. Ma anche sollievo. E un sottile piacere. (Ilvo Diamanti)

Come rimarcato sempre da Ilvo Diamanti, è dunque

inutile stupirsi se l’enfasi intorno al caso di Sarah Scazzi, dopo l’incidente di “Chi l’ha visto?”, non si è affievolita. Per questo non abbiamo dubbi. Lo spettacolo del dolore e di “La vita in diretta”, che va in onda ogni “Pomeriggio sul 2″, ma anche “sul 5”. Si ripeterà all’infinito. Inutile allestire processi. Verrebbero celebrati a “Forum”. E se i delitti e crimini che affollano i media scomparissero all’improvviso, allora interverrebbe “Chi l’ha visto?”.

(Articolo pubblicato su “Caffè News”, lo potete vedere cliccando qui)

 

Questo articolo è stato segnalato da http://www.traccialibera.it, lo potete vedere cliccando qui

Le quote rosa fanno male alle donne

Gli uomini prudenti, per paura di sembrare avversari del progresso, non scrivono mai articoli di questo genere e allora ho deciso di farlo io. L’argomento sono le quote rosa nei consigli d’amministrazione. Pendono in parlamento varie proposte di legge tutte orientate in tal senso e questa settimana il commissario Ue alla giustizia, Viviane Reding, ha minacciato che se non ci saranno “progressi” anche l’Europa prenderà iniziative in tal senso. In precedenti discorsi la signora lussemburghese ha fatto capire di considerare il 40% una soglia ragionevole, la stessa in vigore da inizio 2006 per le società quotate norvegesi.

Il ragionamento alla base di tutto è che eguaglianza nei posti di lavoro vuol dire anche eguale rappresentanza e che senza l’autorità della legge il mondo maschile non fa spazio alle donne. E comunque, si sottolinea, le società con più rappresentanti del gentil sesso in consiglio hanno migliori performance.

Vediamo di capirci qualcosa. È vero che un maggior numero di signore aumenta l’efficienza? In Norvegia non sembra proprio. Nel primo semestre di quest’anno gli indici della borsa di Oslo sono stati negativi, con una performance peggiore di tutti i paesi scandinavi, piazzandosi 46ª sulle prime 56 borse mondiali. Negli anni precedenti, poi, Oslo si è distinta per un’aurea mediocritas (- 57% della capitalizzazione nel 2008 e + 30% nel 2009 in linea con la media mondiale e comunque peggio dei cugini scandinavi), ancor più strabiliante poiché la Norvegia, grazie al petrolio, ha avuto solo una mini-recessione e quindi un’economia molto più in salute degli altri paesi avanzati.

Gli studi che cercano di correlare presenza di donne nel board e qualità della prestazione della società non danno risultati univoci, ma anche quando la correlazione è positiva si tratta di scelte volontarie degli azionisti, non d’imposizioni del governo. Potendo scegliere, gli stessi consigli norvegesi a forte presenza femminile nominano come amministratori delegati nel 98% dei casi degli uomini.

È ozioso discutere se le donne fanno bene al bilancio della società; le manager brave sì, quelle scadenti o inadatte no. Sicuramente non sarà una qualunque burocrazia in grado di determinarlo. Avete mai visto la politica premiare il merito piuttosto che la convenienza elettorale? C’è un solo motivo, oltre la popolarità politically correct, per il quale si vuole forzare ciò che semmai sarà il frutto naturale dell’evoluzione dei costumi e della società? Quarant’anni fa le donne non potevano fare i magistrati, eppure oggi costituiscono più di metà degli ingressi. Anche avvocati e medici sono sempre più in rosa e stiamo parlando di professioni sofisticate e remunerative per le quali, evidentemente, l’esclusivismo maschilista non ha funzionato.

La quota rosa è controproducente sotto altri profili: fa considerare le signore prescelte delle semplici “raccomandate” e crea una piccola casta di “gonne dorate” come vengono chiamate in Norvegia. Essendoci poca scelta, la percentuale di manager rosa che siedono in più di 4 board è quadrupla rispetto a quella degli uomini.

Un conto è togliere le barriere legali e sociali che impediscono alle donne di scegliere una determinata carriera (e quindi aumentarne la libertà di scelta), un altro è che un qualche Leviatano stabilisca come, in che tempi e quale carriera esse debbano fare.

(Questo è un articolo di Alessandro De Nicola apparso il 26 settembre 2010 su “Il Sole 24 ore”)

 

Una mia breve considerazione:

Concordo in pieno con l’analisi fatta dall’autore dell’articolo: quella delle quote rosa è una trovata che non mi convince. Questo perché nell’ottica del costituente l’eguaglianza affermata nella nostra “Carta”, lungi da uno sterile egualitarismo, è quella delle opportunità. Come si può leggere all’art. 3, comma 2 della Costituzione: “la Repubblica” si impegna a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” E’ per questo che il nostro è uno Stato promozionale e non assistenziale: imponendo che i due sessi abbiano la stessa rappresentanza “invece di togliere le barriere legali e sociali che impediscono alle donne di scegliere una determinata carriera” le si attribuisce il risultato finale (il posto di lavoro) senza badare alle loro reali capacità, andando così a svilire la battaglia che si sta cercando di portare avanti sul merito, nonché a travisare la ratio che sta alla base di quella straordinaria norma costituzionale. In sostanza, battendo la strada delle c.d. “discriminazioni positive”, si finirebbe con il correre il rischio di “non risolvere” il problema, ma semplicemente di “aggirarlo” per dare una risposta che in altro modo non si riesce a fornire.
Questo atteggiamento può essere considerato in una qualche misura una “resa”, un prendere atto dell’irremovibilità degli ostacoli che si frappongono al raggiungimento della tanto agognata “parità dei diritti” o, meglio ancora, “parità nelle opportunità”?
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